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Antenati latitanti

Antenati latitanti

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E’ stato bello e rassicurante ritrovare i trisnonni Montesanto nella quiete rurale del cimitero di Nicolosi. Un po’ come se mi aspettassero da sempre.

Per i trisnonni Mingo un incontro più shocking, con la scenografia barocca del cimitero di Noto in una luce pomeridiana abbagliante.

Ora devo ancora scoprire dove sono sepolti (1):

Francesco Pellegrino, ragazzo dolce e sensibile che si sperimentò nella fotografia, attività moderna che coniugava la tecnica e l’arte, e morì a 44 anni.

Le immagini migliori dei miei antenati mi sono pervenute grazie a lui, ai suoi dagherrotipi.

Peccato non avere nessuna delle foto che faceva in esterno, per esempio quella dell’escursione al castagno di cento cavalli il 9 maggio 1890, con un gruppo e un non meglio identificato professore.

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Sua moglie Lorenza Montesanto, che alla scomparsa di Francesco non fu più difesa dalla prepotenza feudale maschile, fu estromessa dalla proprietà di Nicolosi e si ridusse a leggere La Madre Cristiana nel suo appartamento di Catania.

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Che alla sua morte o poco dopo fu venduto.

Oggi sul luogo sorge una scuola media. Sul lato che dà su via Redentore, in corrispondenza di quello che era un tempo il numero 16, c’è un accesso laterale degradato, con un cancello arrugginito pieno di graffiti.

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Tentare a Mascalucia, dove erano nati i genitori di Francesco. Poi a Pedara, dove era nato suo nonno. Poi a Catania, dove è morta Lorenza e dove forse morì anche lui.

Matteo Mingo, glorioso garibaldino. Nella chiesa di S.Agata al Carcere la sua tomba non c’è; il monsignore a cui ho chiesto informazioni sostiene che nella cripta ci sono solo morti anteriori al 1870.

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Tentare al cimitero di Catania, alla confraternita di s. Agata al Carcere (è un palazzone squallido tipo ospedale o sede INPS all’interno del cimitero, dall’esterno è alquanto lugubre, ma dentro non so).

Matteo Mingo (o Carlo), nato morto nel 1818 circa, tra zio Enrico e Archimede. La nonna ripeteva: fu la levatrice, fu colpa della levatrice che non arrivò a tempo.

Il nonno era in guerra. In quegli anni morirono anche i 2 Corradi, di Diomede e di Teodoro, uno colpito da una granata austriaca, l’altro per la puntura di una mosca tse-tse.

Morì anche nel 1917 la sorella Gaudenzia, la terza dei nove figli di Corrado e Gioacchina, zia dei due giovani Corradi morti in guerra e prozia del piccolo Matteo nato morto.

Il piccolo Matteo, atto mancato, intitolare un figlio al proprio genitore e non riuscirci. Prima veniva Enrico, omaggio al fratello maggiore ufficiale che fece da padre a mio nonno Nicolò alla morte di Matteo nel 1907- a 22 anni il nonno perse il padre, il fratello aveva 11 anni in più e lo guidava. Gli altri 2 fratelli più grandi, C. Corrado e Carlo, erano partiti per il Paraguay quando lui aveva 13 anni.

E in coda c’era Lucia, la sorella più giovane, coccolata e protetta finché non divenne un problema che i 2 fratelli rimasti si scaricarono tra loro fino al triste epilogo.

E quindi il primo fu chiamato Enrico, ma il 2° doveva chiamarsi come il nonno (o come Carlo? Io avevo sentito anche quest’altra versione. Altro nome cult in famiglia e nome del fratello affermato in Paraguay.)

Quindi la guerra, vari morti in famiglia, per i nomi atto mancato, e a ottobre del 1920 nasce Archimede, mite, profondo, meditativo osservatore, che dovrà compensare questi traumi, colmare tutti i vuoti.

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Anche Diomede era nato dopo una piccola Giuseppa di cui non c’è traccia, morta anche lei alla nascita o in tenera età, Giuseppa come Giuseppa Baronello, madre di Corrado 1804 e moglie di Matteo 1867. Anche lui, Diomede, dignitoso e stoico nella sopportazione.

Mi piace questa figura di Mingo solitario e studioso, colpito dalle avversità della sorte, ha un certo spessore, e in virtù della desinenza in –ede che lo accomuna con mio padre lo colloco senz’altro in pool position nella classifica dei miei antenati.

Per questo ho portato dei fiori di plastica long-life sulla sua tomba, che ho poi penato a sistemare in mancanza di un vaso. Per non far inquietare l’integerrimo antenato ho rinunciato a sottrarre un vaso da sepolture altrui in abbandono: alla fine aguzzando l’ingegno ho recuperato un barattolo di vetro reietto stile conserva e l’ho agghindato all’esterno con la plastica colorata che avvolgeva i fiori.

Composizione estetica e funzionale, in puro stile minghesco, per fare onore al pro-prozio amante della patria /che nello amore di essa/ visse e s’addormì/ a novantun anni.

NOTE:

  1. Il testo è stato scritto a luglio 2010. In ottobre ho ritrovato a Catania le tombe dei bisnonni Mingo-Bongiovanni e Pellegrino-Montesanto, vedi Cronache di viaggio/2, La lapide disortografica e la bisnonna senza nome.

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Estetica cimiteriale con immagini

Estetica cimiteriale

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Dopo la compostezza agreste del cimitero di Nicolosi e la grandiosa scenografia orientale di quello di Noto, il cimitero di Catania è un’enorme cassata siciliana, ridondante di ornamenti dal gusto iperglicemico.

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Qui liberi da remore e vincoli i parenti si sono sbizzarriti in tutta la gamma del kitsch. Verandine anodizzate, vetrate tardo-zotiche, intere cristalliere ricolme di ninnoli, pensiline d’autobus con l’immagine del morto inserita in pannelli in stile pubblicitario; uno è vestito come George Clooney in “No Martini, no party” e ammicca complice al visitatore, sembra invitarlo di là, ché in fondo poi non si sta così male…

Gigantografie del caro estinto in calzoncini mentre consuma con soddisfazione un pasto estivo su sedia da campeggio, o a torso nudo in spiaggia, il petto villoso incorniciato da goccioline lucenti all’uscita dall’acqua…

Non fotografo i morti altrui per rispetto, gli increduli ci si rechino di persona e vedranno che non conto balle; intanto magari verrà inventato l’ologramma parlante e il cimitero di Catania sarà ovviamente il primo a dotarsene, così sarà possibile intrattenersi un brevi e illusorie conversazioni con i defunti.

Riprendo solo una lapide con un’iscrizione:

TU…

CAMINI CU STU LONGU PASSU

CRIRI DI CUNQUISTARI L’UNIVERSU

MA LA NATURA SI NNI PIGGHIA SPASSU

PURI PI TIA TI SCAVA LU FOSSU

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Che mi ricorda Pavese:

Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo

senza pena, col morto sorriso dell’uomo

che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto

arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio

non saprà più dov’erano le spiagge di un tempo.

Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,

e negli occhi tumultuano ancora splendori

come ieri, e all’orecchio i fragori del sole

fatto sangue. È mutato il colore del mondo.

La montagna non tocca piú il cielo; le nubi

non s’ammassano piú come frutti; nell’acqua

non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo

pensieroso si piega, dove un dio respirava.

Il gran sole è finito, e l’odore di terra,

e la libera strada, colorata di gente

che ignorava la morte. Non si muore d’estate.

Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio

che viveva per tutti e ignorava la morte.

Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.

Il suo passo stupiva la terra.

Ora pesa

la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,

senza pena, la calma stanchezza dell’alba

che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate

non conoscono il giovane, che un tempo bastava

le guardasse. Né il mare dell’aria rivive

al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo

rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

(Mito, 1943)

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Nicolosi, 21 luglio 2010

Dopo aver messo in valigia il Nume Tutelare sotto forma di foto b/n in cornice ikea abete grezzo del mio antenato più antico, il più antico di cui ci sia un’immagine intendo, Salvatore Montesanto nato a Nicolosi nel 1811, che mi proteggerà durante questo tour genealogico, m’imbarco per Catania su volo Air Italy.

Salvatore è per me un antenato cult perché somiglia spaventosamente a mio padre, anzi per esser più precisi mio padre somiglia a lui, che è il suo bisnonno materno.

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Il pomeriggio prima della partenza mi viene comunicata una raffica di new entry nell’albero genealogico. Per par condicio ai Rapisarda (=apri sarda=pescatori) si sono aggiunti i Rapicavoli (=apri cavoli=contadini), in un’ottica verghiana di società rurale oltre che marittima.

Non posso che condividere, alla pulizia di carne e pesce preferendo sempre quella degli ortaggi.

Spinaci arricciati e terrosi, coriacei pungenti carciofi, cocozza filosa e molliccia, cipolla urticante. Purché non si mettan le mani nel sangue.

All’arrivo dopo aver sorvolato la Sicilia natìa l’aereo effettua una boucle inattesa sul mare davanti a Catania, per il terrore dei neofiti me compresa. Apprenderò poi che è la prassi normale; ciò non toglie. Ma in fondo morire annegati o schiantati che differenza fa?

Nella piazza della stazione di Catania calura torrida, attesa bus in stile Bombay nel monsone polveroso.

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L’Autista barbuto e sudato convoca: “Nicolosi!”, poi si giustifica del ritardo perché “è andato a sciacquarsi”. Display solo decorativi, l’annuncio della destinazione viene fatto a voce.

Nicolosi molto gradevole, ma tutta in salita, per l’entraînement del gene-capra.

I nicolositi disdegnano la toponomastica e utilizzano poco le categorie destra/sinistra, prediligendo spiegazioni gestuali accompagnate da riferimenti tipo “dove c’è la casa gialla” “sopra il bar”, “vicino alla farmacia”, che mi proiettano in una serie di giri a vuoto in salita e discesa.

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Al cimitero ritrovo 2 antenati diretti e 2 collaterali, con lapidi, foto e tutto. Bella emozione, soprattutto per nonno Turi Montesanto e per Nonna Apache Mariastella Barbagallo. E anche per il prozio Cristoforo Montesanto Barbagallo, longevo e imponente.

Il mio avo tutelare è in po’ invecchiato rispetto alla foto che ho io, come prosciugato, scopro infatti che è morto a 94 anni nel 1905.

Nonna Stella invece è la stessa che nella foto che ho io, leggo le date e infatti è morta nel 1890, il 28 gennaio.

Se n’è andata lei e dopo una settimana è arrivata la sua prima nipote, Margherita Pellegrino, mia nonna pittrice.

Figura centrale in questa storia di perdite e vuoti da colmare.

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Psicogenealogia selvaggia/4

Enfants de remplacement

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Il 24 ottobre del 1920, giorno della nascita di Archimede, era una domenica.

Il bambino era nato a mezzanotte in punto.

La mattina il nonno Nicolò era di turno in farmacia e lasciò soli la mamma e il neonato.

Margherita era abituata, il nonno se n’era andato in guerra e l’aveva lasciata sola con Enrico e con Matteo in arrivo, che era morto alla nascita.

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Archimede riportava alla mamma un po’ di fiducia e di serenità.

Piccolo osservatore, da subito tacque e studiò i misteri del mondo.

I suoi discutevano dell’imminente vendita della casa familiare di via Redentore.

Archimede nacque precario, la casa fu venduta a dicembre, quando lui aveva poco più di un mese. I suoi conservarono il diritto di abitare ancora in uno degli appartamenti per un paio d’anni, ma Archimede di via Redentore non ricorda niente.

Archimede sentì l’ansia della nonna, infelice per aver perso la casa ereditata dai genitori, insicura per il lavoro precario del nonno, triste per quel secondo figlio morto per la levatrice che non arrivò a tempo, o forse, chissà, per la spagnola, le malattie all’epoca erano micidiali, pochi anni dopo zia Laura ebbe la polio e restò zoppa.

Fra lui e zio Enrico passavano cinque anni, per quel buco di quel fratello morto, Matteo o Carlo o addirittura un primo Archimede. A Catania sui registri del cimitero non ce n’è traccia, in famiglia se ne parlava come Archimede di Siracusa, per distinguerlo dall’Archimede che era riuscito a vivere, mio padre, nato a Catania.

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Enrico nei cinque anni di assolutismo aveva instaurato un potere incondizionato, difficilmente negoziabile da quel bimbetto introverso che scrutava il mondo con sguardo curioso.

Archimede scelse di vivere in empatia con sua madre, respirò le sue ansie, condivise i suoi dolori, abbracciò il suo esilio.

Si alleò con le sorelle nate poco dopo di lui e formò con loro un gruppo solidale e sensibile, mentre il primogenito viveva spavaldo le sue esperienze da grande.

Le aspettative paterne spaziavano nel campo della scienza e della tecnica. Archimede con la sua intelligenza avrebbe intrapreso studi di matematica, di fisica o di ingegneria.

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Ma il destino volle altrimenti. Archimede si faceva carico dei problemi degli altri, già da piccolissimo andava a fare la spesa per la mamma. Al ritorno da un acquisto, una delle rare automobili che circolavano a Catania all’epoca lo investì. L’auto sbucò da una traversa e lo proiettò sul marciapiede, dove atterrò dopo un volo di parecchi metri.

Per il trauma Archimede divenne balbuziente.

Impossibile andare a scuola, affrontare i professori, i compagni. Il bambino rimase a casa e studiò da privatista. Nelle lunghe mattinate di silenzio, mentre Enrico estroverso andava in giro tra la scuola e il quartiere e le sorelline erano in classe, Archimede ebbe modo di approfondire i suoi ragionamenti sul mondo e sulla gente.

A casa si sentiva protetto e riusciva a parlare, ma fuori s’inceppava.

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Divenne ancora più timido e schivo.

Coltivò letture, scienza, libri d’avventura.

Essere quello che tace e ne sa più degli altri.

I trasferimenti da una parte all’altra della penisola furono traumatici. Archimede si fa carico della sofferenza della nonna, che all’Aquila soffre per il freddo e per l’isolamento. A dodici anni scrive una lettera al dirigente del fascio locale, chiedendo un aiuto per far tornare la sua famiglia in Sicilia: “la mia sorellina Maria soffre di reumatismi, il clima dell’Aquila le danneggia la salute”. Sempre molto protettivo verso le sorelle, farà la prima comunione con loro.

Con il tempo la balbuzie passa ma la timidezza resta.

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Per vincerla Archimede si getterà nella mischia, piccolo avanguardista poi volontario in guerra.

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Ne uscirà adulto e provato, dubbioso sull’effettiva umanità del genere umano e scettico rispetto al sentimento religioso trasmessogli da sua madre.

Sua madre che era stata a sua volta una bambina molto amata e molto desiderata. I nonni paterni avevano perso una bimba, la piccola Maddalena morta a quattro mesi nel 1859. Dopo di lei Francesco, il mio bisnonno. Anche per lui stesso scenario, un fratello grande più volitivo e il vuoto di una perdita da colmare, il ruolo consolatorio da assumere per far tornare il sorriso a mamma e papà.

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Nel 1890, a 31 anni dalla morte di Maddalena, nasce Margherita, mia nonna. Francesco la fotografa, Lorenza la porta in campagna. I trisnonni sono inquieti per la sua salute, in modo irrazionale: temono il ripetersi del dramma che ha portato via Maddalena.

Intanto in un’altra zona della penisola si prepara l’altra metà del mio destino.

Dalla Calabria i bisnonni Conti si trasferiscono a Napoli.

La nonna Angelina sposa il nonno Enrico Cattaneo.

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Annamaria nasce nel 1926, prima di lei un fratello e due sorelle dal carattere forte. E’ una bambina mite e un po’ sognatrice, molto legata alla mamma.

Nel 1928 nasce Paolina, vispa e intelligente, che morirà di polmonite a un anno e due mesi.

A tre anni scarsi Annamaria vive la perdita della sorellina tra l’omertà e il silenzio.

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Per delicatezza viene tenuta in disparte, mentre le sorelle maggiori si fanno carico della separazione e del dolore. La sorellina è partita, o forse non c’è mai stata. Solo Maria Teresa, la primogenita, ha impresso per sempre nella mente l’urlo straziante di sua madre.

La confusione si installa, con la sensazione che sia meglio non fronteggiare i problemi ma eluderli, rinchiudendosi in un ovattato oblio. Reso piacevole da un rapporto ormai fusionale con la mamma, per la quale Annamaria sarà sempre una bambina, “la sua ricciolona”.

Nasce poi Antonia, solare e positiva, e infine Salvatore, ultimo maschio su cui si concentreranno le aspettative “sociali” della famiglia.

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Le due bambine vivono in tandem, spensierate e infantilizzate.

La guerra sottrae a Annamaria i pochi ricordi d’infanzia: un diario, una bambola di pezza, persi nei traslochi e negli esili forzati.

Anche i suoi studi da pianista vengono interrotti.

A nulla varrà l’accumulazione compulsiva di oggetti con cui riempirà la casa in vecchiaia: ciò che è perso non ritorna, e il lutto negato non si elabora.

Antonia e Annamaria conosceranno insieme i futuri fidanzati, due studenti di ingegneria: il primo il brillante cadetto di una famiglia della nobiltà napoletana, il secondo un giovane siciliano sensibile e introverso, traumatizzato dalla prigionia in Germania e desideroso di farsi strada con la sua intelligenza.

Tutti aspirano a un’oasi di pace in cui trascorrere una vita tranquilla.

Dopo un lungo fidanzamento Archimede e Annamaria si sposano nel 1957.

Archimede ha lasciato gli studi di ingegneria e lavora come geometra alla Provincia.

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Per la cucina hanno acquistato dei mobili bianchi rivestiti in formica.

Vanno ad abitare al Vomero, in via Rossini, di fronte alla stadio Collana ancora in costruzione.

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Per il matrimonio riceveranno numerosi doni dagli amici del nonno Enrico.

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Nessuno ormai evoca più la zia Paolina, morta all’epoca delle prime scorribande nel girello, ma io vengo al mondo un 2 febbraio, proprio come lei, a 31 anni di distanza, come quelli che separavano la nonna Margherita dalla zia Maddalena, sorella di suo padre, morta in fasce nel 1859, giusto cent’anni prima del mio arrivo.

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Precocemente conscia di una missione atavica, mordo il freno nell’infanzia e mi lancio poi in un’adolescenza scapestrata, nel tentativo vano e febbrile di colmare antichi vuoti.

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In età matura smetto di disperdermi in mille rivoli e mi concentro sulle mie radici.

Assolvo il mio karma riparatorio ritrovando le tracce dei miei antenati a Catania, a Nicolosi e a Noto.

La ricerca delle origini mi restituisce un po’ di pace.

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Nella città dove è nato mio padre mi pongo sotto la protezione degli avi siculi rendendo omaggio al Liotru, l’elefante di pietra sulla cui groppa il necromante Eliodoro si spostava in volo da Catania a Costantinopoli.

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Psicogenealogia selvaggia 3/ Questa volta la storia comincia dalla quinta generazione

Mingo – Baronello – Monteforte – Bongiovanni

(Ambrosoni – Tavana – Cassone – Cordone – Palmeri)

6

MATTEO GIUSEPPA

4

3

2

1

Questa volta la storia comincia dalla quinta generazione, dal breve incontro tra Matteo Mingo e Giuseppa Baronello (o Baroncello), che si sposano a Noto nel 1803.

Lui ha 35 anni, lei 15.

6

(+MATTEO) GIUSEPPA

CORRADO (ANTONINO?)

3

2

1

Dopo tre anni Matteo muore, lasciando Corrado che ha 1 anno e ½ e la moglie Giuseppa diciottenne.

A Noto risulta anche un Antonino Mingo, nato nel 1805, che potrebbe essere un secondo figlio di Matteo e Giuseppa, e che avrebbe pochi mesi al momento della morte del padre. Sposato con Felicia Meli, ha due figli: Salvatore e Francesco, o Franzo.

Probabilmente discendono da lui i Mingo di Rosolini.

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(+MATTEO) (GIUSEPPA?)

CORRADO (+SERAFINA?)

3

2

1

Non conosciamo le condizioni economiche della famiglia di Giuseppa né se Corrado avesse altri parenti, uno zio, un tutore; era certamente alfabetizzato e aveva fatto degli studi: nella memoria familiare lavorava come funzionario. Sui fogli matricolari dei suoi figli, alla voce “professione del padre” c’è scritto “delegato di P.S.”

Corrado si sposa a 23 anni nel 1827 con Serafina Bordonali, o Bordonaro, diciannovenne.

Serafina non è la mia trisnonna.

Tre anni dopo, Corrado si risposa, questa volta con la mia trisnonna.

Probabilmente Serafina è morta dopo un anno o due di matrimonio.

Non si sa se siano nati dei figli.

Non si sa se Giuseppa nel frattempo sia ancora viva.

SALVATORE GIUSEPPA CARLO MARIA

GIUSEPPE MARIANNA

(+SERAFINA?) CORRADO TINA (GIOACCHINA)

3

2

1

Dopo la probabile morte di Serafina, nel 1830 Corrado si sposa con Tina (Gioacchina o Gioachina) Monteforte.

Lui ha 26 anni, lei 20.

I suoi antenati, forse proprietari terrieri: Gozzo, De Franchi o De Franchis, Santuccio.

6

5

CORRADO TINA

AGNESE MATTEO GAUDENZIA OTTAVIO SALVATORE

2

1

Nell’arco di 18 anni la coppia avrà 9 figli.

Nel decennio dal 1831 al 1840 nascono i primi 5, due femmine, Agnese e Gaudenzia, e tre maschi: Matteo, il mio bisnonno, che diventerà carabiniere, Ottavio, frate domenicano, e Salvatore, che probabilmente partirà per cercare lavoro (di lui non ci sono notizie a Noto – dal foglio matricolare risulterebbe morto dopo la chiamata alle armi, ma il documento è poco leggibile e non c’è nessuna indicazione rispetto alla data).

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5

CORRADO TINA

(GIUSEPPA) DIOMEDE GIUSEPPE TEODORO

2

1

Dal 1842 al 1849 nascono altri 4 figli, la piccola Giuseppa che morirà infante, Diomede che sarà uno studioso, Giuseppe (Peppino) di cui ignoriamo il mestiere e Teodoro che sarà ingegnere e preside.

6

5

CORRADO TINA

MATTEO CROCIFISSA

C.CORRADO CARLO ENRICO

1

Per i primi cinque figli, abbiamo notizia certa solo del matrimonio di Matteo, il carabiniere, che sposa Crocifissa Florio Bongiovanni intorno al 1868.

Il luogo e la data del matrimonio sono imprecisati: Matteo cambia spesso residenza per lavoro.

In 20 anni avranno 5 figli. I primi tre nasceranno tra Favara e Termini Imerese dal 1870 al 1874: C. Corrado, Carlo e Enrico.

6

5

CORRADO TINA

MATTEO CROCIFISSA

C. CORRADO CARLO ENRICO (?) NICOLO’ LUCIA

1

Dopo più di 10 anni nascono gli ultimi 2 figli, Nicolò nel 1885 a Piazza Armerina e Lucia nel 1888 a Siracusa.

Non sappiamo se in questi 10 anni sia nato e morto qualche altro figlio tra Enrico e Nicolò.

Eccetto per qualche proprietà familiare della madre Crocifissa, originaria di Cammarata – San Giovanni Gemini in provincia di Agrigento, i Mingo vivono – secondo la definizione del nonno Nicolò – in povertà francescana. I fratelli maggiori studiano e contemplano la possibilità di emigrare, per migliorare il proprio tenore di vita e accedere alla proprietà (della casa, della terra). La famiglia è dal 1890 circa a Catania, dove Corrado, Carlo e poi Enrico frequentano l’università. Circola a casa loro una grammatica araba, si coltiva la speranza coloniale.

Nel 1898, quando Nicolò ha 13 anni e sua sorella Lucia 10, i due fratelli più grandi emigrano in Paraguay. Non sappiamo se la partenza sia coincisa con il pensionamento ( a 65 anni?) di Matteo, che potrebbe aver fornito denaro per aiutare i figli nell’impresa: la fondazione della Colonia Trinacria, con l’assegnazione di terre agli emigranti previo pagamento di lire cento ciascuno, con cui si aveva il diritto di ottenere un appezzamento.

Enrico da parte sua diventa ufficiale medico, viaggia per le colonie (Libia ecc.), per poi continuare la sua carriera in Italia durante la prima guerra mondiale e infine a Roma all’ospedale militare del Celio.

In Sicilia restano solo Matteo e Crocifissa con i figli più giovani, Nicolò e Lucia.

Nel 1907 muore Matteo. Non so se sua moglie abbia diritto a una pensione e di che entità. Abitano in case in affitto, ne hanno già cambiate parecchie. Nicolò ha 22 anni; i fratelli maggiori sono emigrati; il fratello Enrico, che ha 33 anni, è una forte figura di sostegno, ma non vive più in Sicilia.

Nicolò è un giovane studente di farmacia che sta completando i suoi studi; ha molte aspirazioni, ma non ha una base economica per realizzarle.

I Mingo posseggono come unico bene la loro intelligenza e la loro cultura.

Con queste il nonno conquista la nonna nel 1910.

In quell’anno, lui e la sorella Lucia risultano iscritti all’Associazione Cattolica Femminile di Catania, una pia opera di beneficenza di stampo sociale; nella lista sul bollettino annuale il loro indirizzo è via Redentore 4, la stessa strada dove abita la nonna Margherita Pellegrino, con la madre Lorenza che morirà due anni dopo e con la sorella e il fratello più piccoli: Maria Stella e Peppino. Il padre, Francesco, è morto prematuramente nel 1904.

E’ probabile che Nicolò e Margherita si siano incontrati lì.

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Che cosa accade intanto agli altri 4 fratelli di Matteo?

La piccola Giuseppa muore; dei 3 maschi, anche Giuseppe non avrà una vita felice. Vittima di un consiglio familiare a porte chiuse o di una subdola trama di Ottavio, viene indotto a sposarsi per coprire una mancanza del fratello e salvare l’onore della famiglia.

I due maschi che seguono in ordine di nascita questi due agnelli sacrificali sono Diomede e Teodoro: Diomede, una figura di studioso come mio padre Archimede, anche lui nato dopo una sorella/fratello morto, più riflessivo rispetto agli altri fratelli, più carismatico, orgoglioso ma non completamente centrato su se stesso.

Teodoro sembra invece più proteso verso la gloria terrena, accumula titoli, fa costruire la cappella di famiglia.

E’ il più giovane, ha visto fagocitare Giuseppe che lo precedeva nella fratria, sacrificato a esigenze familiari, lui si è salvato – troppo giovane – forse per questo dichiara di essere nato 5 anni dopo? Oppure è un secondo ed ultimo Teodoro che ha fagocitato il primo, morto in fasce – come sembra aver fatto anche Cristoforo Montesanto a Nicolosi?

(o semplicemente entrambi preferiscono dichiararsi più giovani per continuare a lavorare, a essere presenti nella vita sociale?)

Sui Mingo non ci sono molte notizie, i discendenti in Sicilia sono rari e quasi tutti da rami femminili, con altri cognomi. Si può solo procedere per congetture.

Diomede non si cura molto dei beni, gira l’Italia per lavoro e sparge i suoi figli un po’ qua un po’ là; sembrano come lui spiriti liberi.

Teodoro è più previdente, più legato alla vita locale; finché è in vita, mantiene la famiglia unita.

Diomede è uno zio giovane per i figli di Matteo, meno di 25 anni lo separano dai primi due nipoti, e anche con Enrico e Nicolò ci sarà scambio e contatto. Diomede finanzia e dà consigli, procura pubblicazioni scientifiche.

Di Teodoro non c’è traccia nella corrispondenza della mia famiglia. Troppo giovane? Negli anni in cui era preside (dal 1908 fino al 1923 circa) non avrebbe potuto fare qualcosa per il nipote Nicolò?

Era disonorevole e Nicolò non l’ha mai chiesto?

Nicolò l’ha chiesto ed è stato respinto (e ha litigato?).

Nicolò per fugare ogni dubbio sulla sua specchiata integrità e sul suo valore intrinseco ha deciso di partire, per farcela con le sue forze (e con il denaro della nonna, of course)?

O forse Teodoro l’ha aiutato, il nonno il posto a Trapani l’ha avuto anche grazie a lui, è stata una chance, più vicino non c’era niente, ma poi lui l’ha perso con la sua puntigliosità nel litigio e una certa – se così posso dire, dalle lettere infervorate e contorte che inviava agli ispettori per un minimo oltraggio -, paranoia, di quelle che un tempo avrebbero spinto i focosi avversari a sfidarsi a duello, e che in un’epoca meno sanguinolenta si limitò a causargli continui cambiamenti di città e di domicilio.

Al cimitero di Noto, oltre alle tombe dei trisnonni Corrado Mingo e Gioacchina Monteforte, ci sono quelle di Diomede e di Teodoro, fratelli del bisnonno Matteo.

Consultando i registri del cimitero ho potuto ricostruire i libretti di famiglia di Diomede e Teodoro: i loro figli erano cugini del nonno Nicolò, i figli dei figli erano cugini “di secondo grado” (cioè in realtà di sesto grado) di mio padre, di zio Enrico e dei loro fratelli e sorelle.

Non so se ci siano, sparsi per l’Italia, dei discendenti dei Mingo di Noto che conservano il cognome; in Sicilia ci devono essere dei Palmeri, dei Cordone, dei Cassone, dei De Feo che hanno una nonna o una madre Mingo, e forse anche qualche discendente di Agnese e di Gaudenzia, che avrà quindi una bisnonna o una trisnonna Mingo; tutti hanno dei trisavoli e quadrisavoli in comune tra loro e con noi, il capostipite Matteo Mingo nato nel 1768 e la quadrisavola Giuseppa Baronello, poi i trisavoli Corrado Mingo nato nel 1804 e Gioacchina Monteforte nata nel 1809.

Figli di Diomede Mingo e Clorinda Ambrosoni:

Gemma 1877-1964 (non sappiamo se fosse sposata);

Corrado, capitano dei mitraglieri, nato intorno al 1880, morto nel 1917 in guerra (sepolto in un vallone nel Carso);

Achille, ispettore di polizia, 1882-1960, sposato, una figlia, Alma 1927-2007, sposata con Michele Palmeri; di Alma ho visto la foto al cimitero, ha un’aria per me molto familiare, una grande somiglianza con zia Maria e zia Laura, di cui era coetanea e cugina, un aspetto solare. Mi piacerebbe contattare i suoi figli, scambiare con loro qualche ricordo di famiglia;

(Agnese Ida) Bianca 1885-1957, sposata tardi, senza figli;

Nerina 1887 circa- ?, sposata con Italo De Feo, figli?;

Guglielmo, ufficiale dei bersaglieri, probabilmente nato intorno al 1890, ha combattuto anche nella 2a guerra mondiale, non sposato? Viveva nel Nord Italia, credo a Torino.

Figli di Teodoro Mingo e Mariannina Tavana:

Maria, 1886-1970, non sposata;

Anna 1889-1966 sposata con Gino Cassone, medico;

Corrado 1897-1920, non sposato, morto nelle colonie per una malattia tropicale;

Tina 1902-1992, sposata con Giuseppe Cordone;

Umberto, non sposato, 1905-1969.

E qui mi fermo, perché devo tornare al mio ramo, quello dei Pellegrino-Mingo, che dalla Sicilia peregrinò ramingo per approdare nella città partenopea; ma il pennacchio del Vesuvio non riuscì mai a far sfumare dal cuore dei suoi discendenti il ricordo del paradiso perduto e gli ardori della lava dell’Etna.

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Psicogenealogia selvaggia 2/io parto da qui

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1

Io parto da qui. Dal settimo rigo, lasciandomi alle spalle (e tipograficamente in testa) sei generazioni di antenati.

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ARCHIMEDE

Il primo è mio padre, nato in Sicilia, a Catania, da dove fu sradicato prima di poter diventare Archimede di Catania.

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MARGHERITA

(ARCHIMEDE)

Archimede ha sentito la sofferenza di sua madre Margherita, anche lei sradicata. E sradicata da un’infanzia che fu molto felice.

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FRANCESCO

(MARGHERITA)

(ARCHIMEDE)

Francesco, padre di Margherita, ha cercato di consegnare delle immagini, di fermare dei momenti, di lasciare una traccia nel tempo.

E’ grazie a lui, alle sue foto, che la ricerca comincia.

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6

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GIUSEPPE MARGHERITA

(FRANCESCO)

(MARGHERITA)

(ARCHIMEDE)

Giuseppe, padre di Francesco, ha sposato Margherita, una donna materna, più grande di lui, vedova di un precedente matrimonio.

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GIOVANNI MADDALENA

GIUSEPPE MARGHERITA

(FRANCESCO)

(MARGHERITA)

(ARCHIMEDE)

Giovanni e Maddalena, genitori di Giuseppe, hanno sottoscritto il loro assenso al matrimonio del figlio, perché la sposa oltre ad essere vedova era orfana.

(VITO NICOLO’) (MARIA STELLA)

MADDALENA GIOVANNI

(GIUSEPPE)

(FRANCESCO)

(MARGHERITA)

(ARCHIMEDE)

Il padre di Maddalena, Vito Nicolò, aveva sessant’anni quando è nata sua figlia ed era molto più anziano di sua moglie, circa ventidue anni più di lei. Anche Maddalena si è sposata con un uomo molto più anziano di lei.

VITO NICOLO’

(MADDALENA)

(GIUSEPPE)

(FRANCESCO)

NICOLO’ –» MARGHERITA

E visto che nella famiglia c’era stato un Nicolò, nonno materno di sua nonna, quando tanti anni dopo un uomo con quel nome si presentò, distinto, colto, infervorato da nobili ideali, la nonna pensò di potersi affidare a lui.

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(+FRANCESCO)

MARGHERITA

Ma prima dobbiamo ricordare che la nonna visse nella casa di Nicolosi un’infanzia molto felice, che fu costretta a interrompere bruscamente alla morte del padre, a 14 anni. Tutto sembrava destinarla alla gioia, alla spensieratezza, all’arte, a una vita nella quiete della natura, e invece tutto si sgretolò, tutto divenne più difficile, e ci fu per lei l’insicurezza, l’indigenza, l’itinerare; ma nel destino di sofferenza che le era riservato e che abbracciò divenne anche madre e pittrice.

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GIUSEPPE MARGHERITA SALVATORE MARIA STELLA

FRANCESCO LORENZA

MARGHERITA

Giuseppe Pellegrino si sposa a 28 anni con Margherita Montesanto, che ha quasi dieci anni più di lui ed è vedova. Il primo marito di Margherita era cugino del padre di Giuseppe, quindi Giuseppe sposa una sua zia acquisita.

Il figlio Francesco Pellegrino si sposa a 28 anni con la cugina Lorenza Montesanto, che nelle memorie familiari viene presentata come sua coetanea, mentre all’anagrafe e nella realtà più di undici anni li separano.

28 anni lui, 39 lei

(è probabile che lei lo abbia cullato da piccolo).

(V.A. RAPISARDA CONSOLI) DOM. PELLEGRINO CARMELA CONSOLI VITO N. RAPISARDA M.S. RAPISARDA

GIOVANNI PELLEGRINO MADDALENA RAPISARDA

GIUSEPPE PELLEGRINO

I Rapisarda sono molto endogamici. Al battesimo di Giuseppe, padre di Francesco, uno dei testimoni è Vito Antonio Consoli, sacerdote, che si firma Vito Rapisarda Consoli: suo padre è un Consoli, molto probabilmente fratello di Carmela Consoli moglie di Domenico Pellegrino (nonni paterni del bambino), sua madre è una Rapisarda, sorella di Vito Nicolò Rapisarda, marito di Maria Stella (nonni materni), il cui cognome non è specificato. In genere ciò vuol dire che si tratta dello stesso cognome. C’è stato quindi un matrimonio Rapisarda-Rapisarda da una parte, tra cugini o addirittura tra zio e nipote, data la differenza d’età, e due alleanze incrociate Consoli-Rapisarda e Pellegrino-Consoli.

DOMENICO PELLEGRINO CARMELA CONSOLI CONSOLI ?

GIOVANNI PELLEGRINO (+GIOVANNI CONSOLI)

GIUSEPPE PELLEGRINO MARGHERITA

Il primo marito di Margherita Montesanto era anche lui un Consoli, Giovanni, probabilmente un cugino dei Pellegrino, figlio di un fratello di Carmela. Cugino di Giovanni, perché Margherita era più anziana, apparteneva alla generazione precedente rispetto al secondo marito Giuseppe.

GIUS. PELLEGRINO MARGH. MONTESANTO SALVATORE MONTESANTO STELLA BARBAGALLO

FRANCESCO PELLEGRINO LORENZA MONTESANTO

I Pellegrino, che hanno partecipato a questo gioco di alleanze finalizzato probabilmente alla difesa della proprietà o comunque in senso più vasto alla risoluzione di problemi familiari all’interno della famiglia stessa, troveranno quindi naturale stipulare successivamente un patto simile con i Montesanto, prima con il matrimonio di Giuseppe Pellegrino con Margherita Montesanto, vedova più anziana di lui, poi con quello di Francesco Pellegrino con la cugina Lorenza Montesanto, anche lei più anziana dello sposo.

DOMENICO

GIOVANNI

DOMENICO GIUSEPPE

DOMENICO FRANCESCO

Francesco si lascia infantilizzare come suo padre, ma la cosa non sembra pesargli; è un padre e marito affettuoso che si realizza nell’ambito a lui circostante come fotografo, “dilettante”, cioè senza finalità economiche, per il puro piacere di fotografare.

Il ruolo dominante tocca al fratello Domenico, che ha diritto al nome tradizionale del primogenito, lo stesso dell’antenato Domenico Pellegrino, vissuto nella seconda metà del 700, cugino e omonimo dell’ultimo barone Pellegrino di San Dimitri.

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GIUSEPPE MARGHERITA SALVATORE MARIA STELLA

FRANCESCO LORENZA

(MARGHERITA)

Nella famiglia di Lorenza si cerca a tutti i costi di non disperdere la proprietà.

Conservarla unita è un valore.

Le figlie non vengono fatte sposare fino a tarda età; si valutano bene le alleanze.

Così, che un sentimento tra Francesco e Lorenza nasca spontaneo e sia visto di buon occhio, che esso sia indotto e incoraggiato, o che un’unione sia decretata a tavolino dalla famiglia, fatto sta che nel 1888 si celebra il matrimonio tra i due cugini, lui figlio di Margherita Montesanto, lei del fratello Salvatore.

SALVATORE MARIA STELLA

(+GIUSEPPE) LORENZA CRISTOFORO

Lorenza ha un fratello, Cristoforo, più giovane ma unico maschio rimasto, dalla personalità forte.

Salvatore e Maria Stella hanno perso il primo figlio, Giuseppe, un sacerdote morto a 37 anni di tubercolosi.

L’unica sua immagine ci è stata trasmessa grazie al cugino Francesco, che ha trovato il modo di conservare su lastra un minuscolo negativo ricavato da una foto precedente, con una tecnica sperimentale.

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SALVATORE MARIA STELLA

FRANCESCO LORENZA (+GIUSEPPE) CRISTOFORO

MARGHERITA

Salvatore Montesanto e Maria Stella Barbagallo riponevano delle aspettative in Giuseppe, che divenne don Peppino Montesanto.

Di buon grado, a quanto pare, ma morì giovane, perché? Le cronache familiari parlano di una tisi contratta visitando i parrocchiani ammalati; nell’unica foto che ci resta ha un aspetto piuttosto cagionevole, pallido e con profonde occhiaie.

Cristoforo, già destinato alla difesa della proprietà, alla morte del fratello rafforzò il suo controllo sulla famiglia.

Era il 1884-85.

Nel 1886 ci fu una terribile eruzione dell’Etna, fermata a pochi passi dalle case invocando sant’Antonio, protettore di Nicolosi.

Anche i Montesanto probabilmente invocarono il loro caro defunto, che li protesse.

Nel 1888 Francesco e Lorenza si sposano.

Nel 1890 nasce mia nonna Margherita, prima nipote per i Pellegrino e per i Montesanto.

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SALVATORE (+MARIA STELLA)

FRANCESCO LORENZA

MARGHERITA MARIA STELLA GIUSEPPE

La nonna Maria Stella Barbagallo muore nei quattro o cinque giorni che precedono la nascita della nipote, nonna Margherita.

Nel giro di una settimana Lorenza perde la madre e dà alla luce la prima figlia.

Le lettere e le foto di quell’epoca fanno comunque pensare a un’infanzia protetta e il più possibile serena per Margherita.

Negli otto anni successivi nascono la sorella Maria Stella e il fratello Peppino.

Quest’ultimo nel 1898, da una madre nata nel 1849, che lo partorisce a 49 anni.

I Montesanto sono forti, hanno una tempra di ferro.

GIUSEPPE MARGHERITA

DOMENICO 1857-1931 FRANCESCO 1860-1904

Anche Margherita Montesanto si è sposata tardi con Giuseppe, a 38 o 39 anni. Ma era già stata sposata in precedenza, a 22 anni, con Giovanni Consoli, figlio di Pietro (non sappiamo che età avesse questo primo marito, ma è molto probabile che Margherita abbia avuto da lui dei figli: negli atti anagrafici è citato come testimone un Pietro Consoli, nato intorno al 1848; di questo Pietro si parla anche in alcune lettere familiari).

Comunque da questo secondo matrimonio Margherita avrà altri figli, il primo a quasi 40 anni e l’ultimo a 44.

Il primogenito Domenico è definito come un accentratore, meno artistico rispetto al sognante Francesco e più pratico nella gestione dei beni.

Almeno, è quel che si deduce dal racconto della nonna, che lo incolpa di non aver difeso Lorenza e i suoi figli alla morte del fratello, avallando di fatto la sua estromissione dalla proprietà familiare.

DOMENICO (+FRANCESCO) LORENZA CRISTOFORO

MARGHERITA MARIA STELLA GIUSEPPE

Alla morte di Francesco i tre figli, ancora minorenni e per l’epoca bambini (14, 10 e 6 anni), vennero affidati a un tutore – almeno da un punto di vista formale ed economico, visto che la madre Lorenza era ancora viva e abitava con loro, ma tant’è, ai primi del Novecento una donna rimasta vedova era considerata come una minore, da sottoporre alla tutela di un uomo.

Non so di quale dei due zii si trattasse, se del proprietario terriero Cristoforo Montesanto, ben radicato a Nicolosi, o del cittadino Domenico Pellegrino, più propenso a condurre vita catanese e a liberarsi dalle prreoccupazioni (avendo comunque egli stesso già tre figli alla morte di Francesco, così come del resto lo zio Cristoforo – uno scenario quasi simmetrico).

GIOVANNI MADDALENA

GIUSEPPE MARGHERITA

DOMENICO ( ) FRANCESCO

Il quadrisavolo Giovanni Pellegrino, nato nel 1789, sapeva scrivere; ho visto la sua firma sull’atto di matrimonio del figlio Giuseppe con la vedova Margherita Montesanto, il 10 maggio 1856.

C’è anche la firma di Giuseppe, la sua scrittura che conoscevo per averla vista nelle lettere familiari di parecchi anni dopo, in cui il nonno sessantaduenne esprime a Lorenza, sua nuora e nipote, le sue inquietudini per la salute della nipotina Margherita, in vacanza con la madre a Nicolosi: “garantiscela quanto più puoi, non farci pigliar fresco (…) ma scusa se ti faccio queste prevenzioni, l’abbestia sono io, tu sei madre, è la premura e la stima che abbiamo per la nostra nipotina (…) qui la casa senza di lei sembra un deserto, se piance o se ride sempre n’è cara (…) simpatica piccirillaccia, cosa dolce, zuccarata, come il miele”.

L’apprensione per la piccina risolleva in realtà nel mio trisnonno lo sgomento per una doppia perdita, quella di sua madre Maddalena nel 1858 e quella di sua figlia Maddalena, morta a 4 mesi nel 1859, quel buco tra i fratelli Domenico e Francesco che inconsapevolmente ci è stato trasmesso anche nella disposizione spaziale dell’albero genealogico.

GIOVANNI (+MADDALENA 1808 – apr 1858)

GIUSEPPE sposa 10 mag 1856 MARGHERITA

DOMENICO feb 1857 (+MADDALENA dic 1858 – apr 1859) FRANCESCO ott 1860

La piccola Maddalena non figurava nell’albero e non ne avevamo mai sentito parlare, un dolore sotterraneamente nascosto, una perdita occultata.

E’ riemersa dagli archivi di Catania con il suo certificato di morte.

Nata alla fine del 1858, le viene dato il nome dell’antenata, madre di suo padre, morta da pochi mesi, ad aprile 1858.

Dopo circa un anno, sempre nel mese di aprile, muore anche la bambina, di poco più piccola di Domenico, che rafforza così la propria posizione dominante di primogenito.

Dopo un anno e mezzo nasce Francesco, a riportare la gioia ma anche a colmare una mancanza di prole femminile: è mite, sensibile, accomodante, destinato a una vita di artista più che di condottiero.

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DOMENICO (+MADDALENA) FRANCESCO LORENZA +(GIUSEPPE) CRISTOFORO

I personaggi dominanti nelle rispettive famiglie sono Cristoforo, che è rimasto unico maschio in una forte e radicata famiglia di proprietari terrieri, e Domenico, primo maschio di una famiglia benestante, sempre legata alla proprietà della terra ma con aspirazioni di vita più cittadine.

Dopo la morte di Giuseppe da una parte e ancor più di Maddalena dall’altra, Lorenza e Francesco rappresentano gli anelli deboli del sistema, i figli obbedienti che dovranno ridare la gioia ai loro cari e assecondarne i progetti per il bene della famiglia.

(MADDALENA) (MARIA STELLA)

(MADDALENA) FRANCESCO LORENZA (GIUSEPPE)

MARGHERITA

Così Francesco compensa la perdita di sua sorella Maddalena e in qualche modo anche quella della madre di suo padre, omonima e morta un anno prima, mentre Lorenza porta il lutto del fratello morto e perde la madre pochi giorni prima di dare alla luce sua figlia Margherita, che compensa così la perdita di Maria Stella (e Giuseppe) per il ramo Montesanto e quella delle due Maddalene, in particolare della piccola, morta a pochi mesi di vita, per il ramo Pellegrino.

Si capiscono meglio i riferimenti, nelle lettere scritte dal padre e dal nonno della bambina quando Lorenza si allontana per qualche tempo con la figlia neonata, alla culla vuota, alla casa che pare un deserto.

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FRANCESCO LORENZA

MARGHERITA

Margherita vivrà la sua infanzia in un mondo incantato e fantastico, fra i cliché del laboratorio fotografico di suo padre e i giochi all’aperto, inverni miti a Catania e estati lunghissime di sei mesi a Nicolosi. Un giorno all’età di tre o quattro anni farà una fuga a Ficominutilla, descritta qualche anno dopo in una lettera come un’esperienza meravigliosa, senza nessun timore, tutta protesa alla scoperta della natura attorno a sé: “e io vedeva tutte quelle cose che m’incontravano”…

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(+FRANCESCO) LORENZA

MARGHERITA MARIA STELLA GIUSEPPE

Negli otto anni fra la morte di Francesco e quella di Lorenza i tre orfani studiano e ricevono un’educazione. Margherita segue probabilmente dei corsi di pittura (altre fonti familiari la presentano come autodidatta – mio padre mi parlò di un breve corso privato, una serie di lezioni che seguì per imparare i rudimenti, continuando poi da sola). Zia Stella prese lezioni di musica, studiava il piano con il maestro Ardini-Sozzi (di lui non c’è traccia su Internet, ma pare che all’epoca fosse famoso a Catania) e prese anche un diploma di sarta. Di Peppino si sa che era un po’ turbolento, e dei suoi studi non ho notizia. Da giovanotto si farà fotografare in studio, con una sigaretta tra le dita, accanto a una donna matura; in un altro clichè figura da solo alla guida di un aereo da guerra, infine spavaldo nel 1921 nella foto sul porto d’armi, sguardo di sfida, mascella volitiva. Sempre molto elegante, con abbigliamento curato, cravatte originali, anelli, colletti ineccepibili… Negli anni 30 s’imbarcherà per le Americhe e si perderanno le sue tracce.

Gli aneddoti familiari evidenziano in lui un fondo di iperattività; la fissità dello sguardo e l’apparente calma che mostra nelle foto esprimono probabilmente l’irriducibilità di un uomo testardo e volubile che difficilmente si lascia dissuadere da ciò che ha intrapreso.

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NICOLO’ MARGHERITA

Qui entrano in gioco i Mingo, una genìa di ipnotizzatori, grandi manipolatori di pensiero. Una storia apparentemente più mentale, meno emotiva.

Una famiglia in cui conta molto smarcarsi dalla massa, avere idee originali.

Molto determinati e assorbiti dai propri interessi, principalmente speculativi, molto ostinati anche nel perseguirli, eventualmente anche a discapito delle persone che li circondano, o quanto meno tralasciando le necessità materiali dei familiari.

Tutto speso per la gloria, per l’ideale.

Di questa stirpe di patrioti e pensatori in Sicilia non resta quasi nessun discendente.

FRANCESCO + 1904 LORENZA + 1912

NICOLO’ MARGHERITA MARIA STELLA PEPPINO

Alla morte di Francesco, nel 1904, o poco dopo, Lorenza viene estromessa dalla proprietà di Nicolosi.

Ha comunque una bella casa a Catania, in via Redentore, una stradina tranquilla a ridosso della villa Bellini, case con giardini e alberi da frutto, costruzioni semplici, basse, dalla linea leggera, con archi.

E’ qui che Margherita Pellegrino, andando a passeggio con Stella, conoscerà un brillante studente di farmacia, Nicolò Mingo, che abita nella stessa strada con la madre e la sorella.

Lorenza muore nel 1912 e l’anno successivo la nonna si sposa con il nonno.

(MATTEO+1907) CROCIFISSA (LORENZA+1912)

(CORRADO)(CARLO)(ENRICO) LUCIA NICOLO’ MARGHERITA STELLA PEPPINO

Alla morte di Lorenza, madre di Margherita, Nicolò interagisce con la situazione della nonna, scatenandone le tappe successive.

Anche lui ha perso il padre a 22 anni e vive con la madre anziana e con la sorella.

Ha tre fratelli più grandi che non vivono più in Sicilia: i primi due sono emigrati in Paraguay, il terzo è ufficiale medico a Roma.

E’ molto ambizioso ma sprovvisto di mezzi economici.

Con il matrimonio prende in consegna le due orfane, Margherita ventitreenne, sua sorella Maria Stella, che ha 19 anni all’epoca, e il fratello Peppino, ragazzino avventuroso, che si arruolerà di lì a poco nell’aviazione, ma a quei tempi ancora quindicenne e considerato quindi come un infante.

Dopo qualche anno, alla morte della madre Crocifissa, anche la sorella del nonno, zia Lucia, si unirà a loro. Ultima della fratria del nonno subito dopo di lui e unica figlia femmina, sarà il capro espiatorio della situazione quando essa si deteriorerà.

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«- NICOLO’ MARGHERITA MARIA STELLA PEPPINO

ENRICO (MATTEO)

I nonni si sposano alla fine del 1913 e nel 1915 nasce il primogenito Enrico; scoppia la prima guerra mondiale, il nonno parte per il fronte e Margherita resta sola con il bambino e i fratelli più giovani.

Appena ha l’età per partire, Peppino si arruola come aviatore.

Il nonno torna in licenza e alla fine della guerra nasce Matteo, che muore subito dopo il parto.

(+CROCIFISSA)

LUCIA NICOLO’ MARGHERITA MARIA STELLA PEPPINO -»

ENRICO (+MATTEO) ARCHIMEDE LAURA BEATRICE MARIA CARLO

La guerra finisce. Il nonno torna e nel 1920 nasce Archimede, seguito da Laura e Beatrice. Nel 1922 Nicolò convince Margherita a vendere la casa di via Redentore per finanziare una serie di suoi progetti ambiziosi (una farmacia, una scuola privata), che falliranno rapidamente.

Il nonno diventa professore di chimica; dopo aver vissuto in una modesta casa in affitto a Cibali, sobborgo di Catania, la famiglia lascia la città e comincia a girare, in balia dei suoi trasferimenti.

Dal 1926 al 1938 i Mingo-Pellegrino cambieranno città quattro volte: Trapani, l’Aquila, Catanzaro, Napoli. Ogni volta un trasloco con mobili e tutto, dal caldo torrido di Trapani al gelo delle montagne dell’Aquila, dalla vita provinciale di Catanzaro all’animazione della città partenopea.

Nel corso dei trasferimenti nascono gli ultimi due figli: Maria a Trapani, Carlo all’Aquila.

Alla morte di Crocifissa si è unita al nucleo Lucia, sorella del nonno.

Peppino emigra in Argentina.

Infine nell’autunno del 1938 i Mingo-Pellegrino approdano a Napoli, dove sembrano trovare un po’ di pace.

Per modo di dire, perché scoppia quasi subito la guerra.

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(CROCIFISSA) (+FRANCESCO) (+LORENZA)

(«- ENRICO) LUCIA NICOLO’ MARGHERITA MARIA STELLA GIUSEPPE

ENRICO ARCHIMEDE LAURA BEATRICE MARIA CARLO

Alla morte di Lorenza, con il matrimonio della nonna i tre orfani vengono di fatto consegnati alla giurisdizione del nuovo capofamiglia Nicolò Mingo.

Suppongo che inizialmente conservino i contatti con i cugini Pellegrino e Montesanto, i primi loro coetanei, i secondi appena un po’ più giovani.

Almeno finché restano a Catania.

Poi cominciano i trasferimenti forzati del nonno, intorno al 1926. Nel 1928 saranno già all’Aquila e la Sicilia natale verrà abbandonata per sempre. La nonna lascia definitivamente Catania a 36 anni e la Sicilia a 38.

Anche all’Aquila, poi a Catanzaro e a Napoli, i Mingo-Pellegrino continuano a parlare siciliano tra loro. Zio Carlo racconta che quando va a scuola a Napoli nel 1939 “non capisce niente”.

Invece Enrico, che ha cominciato i trasferimenti nell’adolescenza, prende gusto all’esistenza girovaga e trova nuovi amici dappertutto; da adulto si appassionerà per l’Esperanto, che darà orizzonti mondiali al suo impulso di movimento.

(DIACRONICO – FRATRIE CUGINI PELLEGRINO E MONTESANTO)

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GIUSEPPE MARGHERITA MARIA STELLA

GIOVANNI MARIA STELLA SALVATORE

NINO (ANTONIO) GIUSEPPE ANGELA

GIUSEPPE

Anche le cugine Montesanto studiano, ci sono anche lì due sorelle che procedono in tandem, appena un po’ più giovani, Stella e Angela, una dipinge e l’altra suona, ma nella loro fratria è Stella che dipinge – la primogenita come Margherita -, mentre Angela suona (e studia matematica, che potrà insegnare solo dopo la morte del padre). Studiano al conservatorio e all’accademia, viaggiano, perfezionano l’educazione andando al nord, ma il padre, Cristoforo, non le fa sposare e le trattiene vicino a sé per farsi accudire (morirà vecchissimo e negli ultimi anni infermo dopo essere stato un uomo molto energico e prestante).

Dei due maschi, Salvatore viene destinato secondo la tradizione familiare alla carriera ecclesiastica, frequenta il seminario ma non ha la vocazione dello zio Giuseppe: appena conosce una ragazza che gli piace lascia la tonaca e si sposa, rivendicando i propri diritti di primogenito maschio.

Dall’altro lato, il cugino Peppino Pellegrino, omonimo del fratello della nonna e nato poche settimane dopo di lei, è molto amato dalla nonna e da zia Stella: quest’ultima gli scrive fino alla fine, anche in vecchiaia, da Napoli. Ma lui muore prima, nel 1975, mentre lei gli sopravviverà di 12 anni, accolta umanamente a casa nostra da Archimede dopo la morte dei nonni, ma triste e chiusa nei suoi ricordi, fino a 93 anni.

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Psicogenealogia selvaggia/1 (Pellegrino, Rapisarda, Montesanto)

Pellegrino, Rapisarda, Montesanto

Ciccio il sognatore e il fantasma della Maddalena

1 Psicogenealogia selvaggia 1_html_3965ac4f

Dopo vari tentativi per esprimere dei contenuti che mi travagliano rispetto a una parte della mia storia familiare mi rendo conto di non riuscire a trovare uno stile, un tono per affrontare l’argomento in modo ironico o “letterario”, quindi scelgo di abbordarlo da un punto di vista psicogenealogico.

Premetto che non sono una specialista, che ho letto un paio di testi teorici di riferimento e che procedo per ricerca e per esigenza personale, sempre nell’ambito della mia storia familiare.

Ma visto che non ho i titoli per parlare in modo scientifico e che potrò anche dire qualche sciocchezza la mia sarà una psicogenealogia selvaggia, che servirà soprattutto a me per tirare fuori dei contenuti finora inespressi.

La memoria familiare mi ha tramandato una certa storia rispetto al matrimonio dei miei bisnonni Pellegrino-Montesanto, che erano cugini tra loro.

Dall’analisi dei documenti di stato civile e di qualche testimonianza verbale questa storia si è rivelata abbastanza diversa, nelle forme e nelle conseguenze che ha avuto sui suoi protagonisti.

I dati iniziali parlano di un cugino e una cugina quasi coetanei, che decidono di sposarsi.

Nell’unica foto che mi è pervenuta del trisnonno Giuseppe Pellegrino con la trisnonna Margherita Montesanto si vede un uomo giovane, elegante, dai lineamenti fini, barba e capelli neri, accanto ad una signora più matura, sicuramente meno bella di lui (ma ingrandendo la foto si scopre che ha degli occhi chiari molto ingenui, gli stessi della nonna Margherita, che possono attrarre), in atteggiamento protettivo.

Scoprirò dai documenti che la sposa aveva solo otto anni in meno della la madre dello sposo, che si era invece sposata molto giovane.

Nella foto il trisnonno Giuseppe sembra felice di continuare a farsi proteggere da una donna matura, una sorta di sorella maggiore.

La coppia ha due figli, Domenico nato nel 1856 e Francesco nato nel 1860.

Il figlio più giovane della coppia, Francesco Pellegrino, sposerà la cugina Lorenza Montesanto.

Francesco è cugino di Lorenza da parte di madre, poiché il padre di Lorenza, Salvatore Montesanto, è fratello di sua madre Margherita Montesanto.

Nella storia familiare l’alleanza matrimoniale tra i miei bisnonni Francesco Pellegrino e Lorenza Montesanto viene presentata come un evento semplice e lineare: quasi coetanei, nati nel 1859-1860, i due cugini si incontrano ogni estate nella casa di Nicolosi e sboccia tra loro la passione, che li porterà all’altare nel 1888.

Ma dai documenti dello stato civile di Catania scopro che Lorenza è nata in realtà nel 1849, che ci sono quindi più di undici anni di differenza tra lei e il marito. Dunque lo scenario è completamente diverso. Un cuginetto nato molti anni dopo di lei, che Lorenza forse avrà aiutato a fare i primi passi da bambino, o a cui avrà cambiato il pannolino… Un matrimonio celebrato a quasi quarant’anni…

Il tutto merita riflessione.

A Nicolosi il prozio Cristoforo Montesanto, fratello di Lorenza, aveva un atteggiamento inflessibile nella gestione della proprietà familiare. L’eredità spettava al primogenito maschio, per non frazionare la proprietà; le figlie femmine erano scoraggiate dal contrarre matrimonio, per evitare di dover fornire una dote: le sue figlie, cugine di mia nonna, rimasero nubili per questo motivo.

Comincio a pensare che la scelta di far sposare Lorenza con il cugino sia stata spinta da necessità familiari, dal desiderio di non disperdere il patrimonio; a cui Francesco si è piegato di buon grado avendo a sua volta l’esempio di suo padre, felice di aver sposato a suo tempo una donna di quasi dieci anni più anziana: di nuovo un giovane di 28 anni che sposa una donna quasi quarantenne, di nuovo un Pellegrino che sposa una Montesanto.

Bisogna dire che, a differenza della zia Margherita, Lorenza mantiene nelle foto un aspetto piuttosto giovanile; all’apparenza non sembra molto più anziana del marito.

Anche il matrimonio tardivo di Margherita Montesanto mi sembra mosso da motivi simili, ma poi scopro che in realtà era vedova di un primo marito. Penso comunque a un’alleanza tra proprietari terrieri, i Pellegrino erano proprietari a Mascalucia e a Nicolosi, persone fini, discendevano probabilmente da una branca collaterale dei baroni di San Dimitri con feudo in Lentini. Il quadrisavolo Giovanni Pellegrino, nato nel 1789, era alfabetizzato, nell’atto di matrimonio di Giuseppe e Margherita c’è la sua firma.

Mentre “la sposa e essa madre han dichiarato non saper scrivere”.

Quindi questi Pellegrino si piegano di buon grado alle convenzioni sociali e agli imperativi familiari, purché li si lasci liberi di svolgere le loro attività ludiche e creative. Francesco è fotografo dilettante, uno che ama restituire l’immagine, per lui conservare il ricordo è importante, perché?

La mia ricerca comincia da qui.

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(Foto Enrico Mingo ufficiale – Cartolina dalla Libia 1903 – Copia copertina – una o più pagine della gramm araba (la prima, sulla pronuncia, e forse una con nomenclatura) – Scanner cartolina morte Corrado

Noto – Foto monumento ai caduti e lapide

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So che avrei dovuto dare la precedenza a lui, che cronologicamente è il primo eroe di famiglia, ma ho preferito citare prima il suo omonimo della generazione seguente, Corrado Mingo sradicato dalla Sicilia d’origine e nato a Vimercate, che aprì le danze genealogiche e si spense senza conoscere le sue ascendenze.

In realtà anche la concatenazione temporale è anomala.

Nell’albero che mi ha dato mio cugino Gianni, tra i figli di Diomede Mingo, agronomo e studioso, risulta un Corrado, da noi frettolosamente identificato con il vescovo di Noto, a suffragare la nostra smania di piccole glorie familiari. Uno zio vescovo fa sempre un certo effetto.

(Ma anche una lettera di Einstein permette di spararsi una bella posa…)

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Poi tra le carte del nonno Nicolò custodite nel Grande Magma Universale della cassettiera Ikea la mia attenzione è stata attratta da alcune cartoline postali che Enrico Mingo, ufficiale medico, inviava prima allo studente Nicolò Mingo, via Pastore, Catania, poi al tenente farmacista Nicolò Mingo, zona di guerra.

In una, da Porto Said, in Libia, informa che lì c’è la peste bubbonica, ma dice di non preoccuparsi, perché loro hanno preso tutte le precauzioni del caso. “Stasera non ostante che l’equipaggio sia rimasto sempre a bordo si farà la disinfezione generale, ed a Suez ed a Massaua spero che non ci terranno in quarantena.”

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Per i contatti con la popolazione il prozio Enrico aveva imparato l’arabo da una grammatica manoscritta del prof. Naim Vittorio, Catania 1893, redatta in uno stile da manuale di conversazione con trascrizione fonetica, in cui figurano frasi tipo “Quanti cavalli potrebbero bere?”,“Quanto è lontana Tripoli da Tunisi?” “E’ distante sei giorni e si viaggia per mare e per terra e si passa per Malta”; “Ieri vicino alla mia casa assalirono quelle persone, le rubarono e le uccisero”, oppure “siamo accampati sotto le montagne della Kuna, non abbiamo potuto inoltrarci verso la foresta perché fummo assaliti da una banda di arabi di di Tippo-tib e di Kabba-rega”. C’è anche una pagina dedicata al commercio carnale, con un linguaggio settoriale sorprendentemente simile a quello odierno: vi si trovano termini come “donna cattiva”, “passerina”, “trombare”, ecc.

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Con le cartoline successive si entra nel vivo del primo conflitto mondiale, i cui attori da parte italiana e austriaca si trovarono in realtà a vivere uno scenario molto frustrante, massacrandosi gli uni con gli altri sul Carso per guadagnare in un giorno qualche decina di metri che avrebbero perso il giorno dopo.

In questa melensa zuppa di retorica e di sentimenti patriottici mista a interessi economici molte furono le vittime.

Tra loro, lo sfortunato Corrado figlio di Diomede, colpito da una granata austriaca nel vallone di Castagnevizza, vicino all’Hermada, ove fu seppellito.

Ritrovo a distanza di 93 anni la cartolina con cui l’ufficiale Enrico annuncia al tenente Nicolò Mingo la morte del cugino Corrado.

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A Noto c’è un monumento ai caduti della grande guerra con una lista di morti che prende tre lati del basamento. Corrado è in pool position nella sua qualità di capitano, è tra i primi citati nella prima colonna. C’è anche una strada dedicata a lui.

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Suo padre Diomede apparteneva ai Mingo a tendenza idealistica e non batté ciglio. Sindaco di Noto all’epoca della morte del figlio, al cimitero la lapide della sua tomba lo commemora come un patriota convinto.

Il che non gli impediva di punzecchiare poi, è il caso di dirlo, il fratello Teodoro, che pochi anni dopo perse anche lui il primogenito in manovre di guerra – ancora un Corrado Mingo perito in giovane età – per una malattia tropicale contratta nelle colonie. Gli diceva: “Mio figlio è morto da eroe, il tuo per una puntura di mosca”.

I Mingo, si sa, hanno sempre avuto il dono dell’ironia.

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A chi appartiene un antenato?

Salvatore Montesanto, Nicolosi 1811-1905

Archimede Mingo, Catania 1920-Napoli 2000

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Quando è morto zio Enrico Mingo ho scoperto che ci si può assentare dal lavoro solo per i funerali dei parenti entro il secondo grado. La segretaria della scuola mi ha spiegato che i gradi si calcolano sempre passando per lo stipite (che per me fino a quel momento era solo un elemento architettonico posto nella parte alta di una porta), e che quindi uno zio è un parente di terzo grado. Sul momento non ci ho capito nulla e ho sospettato una subdola manovra per impedirmi di rendere l’ultimo omaggio al più anziano esperantista napoletano nonché fratello maggiore di mio padre; poi mi hanno ricordato la scappatoia per gli statali, prendere un giorno di malattia. Al ritorno dalle esequie, dopo aver presentato in segreteria un certificato medico attestante che avevo battuto la testa in uno stipite e che necessitavo giorni uno di riposo e di cure – le segretarie degli studi medici sono notoriamente e pronte a certificare qualunque cosa purché gli si versi l’obolo della moneta di un euro – ho deciso di studiare a fondo la questione, in modo da non farmi più cogliere impreparata in futuro.

Ho scoperto così che per legge quando si giunge al settimo grado non c’è più parentela, e che per il calcolo dei gradi effettivamente si deve passare sempre per lo stipite, cioé per il genitore. Vale a dire che per esempio i fratelli non sono parenti di primo grado ma di secondo perché il trait d’union tra loro è il genitore; i cugini “di primo grado” sono in realtà parenti di quarto grado (perché bisogna risalire fino al nonno in comune e poi ridiscendere) e tra cugini cosiddetti di secondo grado (figli di cugini) c’è in realtà un rapporto di parentela di sesto grado, sul limite della non-parentela, quindi.

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Ho cercato di collegare queste nuove – per me – acquisizioni alle mie ricerche genealogiche.

Se ragioniamo per ascendenti diretti, 1) padre o madre, 2) nonno o nonna, 3) bisnonno o bisnonna, 4) trisnonno o trisnonna, 5) quadrisavolo o quadrisavola, 6) quintisavolo o quintisavola, già arrivati a 7) genitori dei quintisavoli non esisterebbe più parentela.

Questo da un punto di vista legale. Ma da altri punti di vista la situazione può apparire diversa. Quella bisnonna della trisnonna Barbagallo che mi ha tramandato il viso apache ad apparizione tardiva perché non dovrebbe essere più mia parente ? Quei discendenti di Antonino Mingo, fratello del mio antenato Corrado nato a Noto nel 1804, che hanno trasmesso ai loro figli una passione musicale parallela a quella di mio fratello Nicola, perché non dovrebbero essere miei parenti? Quei pronipoti del pro-prozio Cristoforo Montesanto guida sull’Etna che come me si inerpicano come capre sui rilievi urbani e non, perché non dovrebbero essere più miei parenti – e parenti di mio cugino Renato Mingo, corridore e podista? Quei nipoti di Franzo Mingo cugino di mio nonno Nicolò, Franzo che emigrò un secolo fa e trapiantò la stirpe al nord, quei nipoti idealisti e impegnati in politica, come zio Enrico lo era stato per l’esperanto, perché non dovrebbero essere più miei parenti?

Certo, con il tempo il gene si stempera, e risalendo indietro nei secoli si arriva ad un numero incalcolabile di antenati. Facendo una media semplice, con un passaggio di generazione ogni trent’anni e due genitori, quattro nonni, otto bisnonni e così via in modo esponenziale, risalendo di una decina di generazioni dal 1700 ad oggi ognuno di noi dovrebbe ritrovare 1024 trisnonni dei quintisavoli, più 512 bisnonni dei quintisavoli, più 256 nonni dei quintisavoli, e così via con tutti gli altri antenati intermedi, per non parlare dei collaterali, fratelli, cugini, zii, prozii – che pure sono importanti. Inversamente, pur non avendo una certezza matematica assoluta, se calcoliamo indicativamente per ogni antenato due figli che a loro volta abbiano avuto due figli ciascuno e così via, un antenato vissuto nel diciottesimo secolo potrebbe avere oltre a noi un altro migliaio di discendenti (e scusate se vi intrattengo con un discorso così aritmetico, è il gene di Archimede che reclama la sua parte…).

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Nonostante questa evidenza matematica e in qualche modo anche biologica che scoraggerebbe i più, alcuni fanatici si ostinano comunque a ricercare le proprie origini. Perché?

Risponderò personalmente. All’inizio mi incuriosiva l’eventualità di un gene esotico, il sangue normanno di mia nonna Margherita Pellegrino, siciliana dagli occhi azzurri e dai capelli rossi; o quella di una radice ispanica, di un hidalgo Jorge Domingo diventato nel corso dei secoli Corrado Mingo, e degli echi di tutto ciò che risuonano in me: l’attrazione per luoghi idealizzati e diversi, il piacere di immergermi in mondi fonetici inusuali…

Ma poi mi sono concentrata sulle cose più vicine, sui leit motiv familiari che sembrano ripetersi nel corso del tempo (e mi riferisco qui soprattutto al lato Mingo): necessità di circondarsi di una vasta discendenza trovandola poi rumorosa e invadente; tendenza ad imbarcarsi in ideali planetari o in ricerche ad assorbimento totale tralasciando l’impellenza quotidiana del piatto in tavola per i propri familiari; esplorazione rigorosa e approfondita delle teorie scientifiche più all’avanguardia unita a incapacità di pagare le bollette entro la scadenza e di conservarle ordinatamente in un’apposita cartellina; desiderio di approvazione pubblica degli umani ma incapacità di sopportarne la fastidiosa inconcludente presenza; tendenza a considerare tutti questi comportamenti non come sinonimo di leggerezza, stramberia, asocialità, intolleranza, egoismo, ma come lo stigma di una genialità indomita e incompresa.

I difetti o le esagerazioni familiari su cui indago sono sempre qualcosa che considero con affetto, come una parte di me, come sentimenti e moti di un grande romanzo alla G.G. Marquez che mi hanno plasmato e che continuano a muovere le fila dell’agire di diversi miei «parenti», vicini e lontani, consapevoli o non.

Quindi se affermo che un certo antenato ha agito, mettiamo, in modo inconcludente, il mio discorso non vuole essere offensivo verso di lui, ma soltanto indagatorio sulla mia inconcludenza e sui luoghi mentali in cui essa è radicata (poi magari si scoprirà che è tutto inscritto nei geni e che noi Mingo soffriamo di una carenza ereditaria di Tenacina, uno scienziato riuscirà a modificare il ciclo dell’Insistasi Inversa e saremo guariti, pagherò le bollette alla scadenza e le riporrò in una cartellina e tutte le mie ricerche e chiacchiere precedenti saranno state inutili…).

Oppure se parlo di una sorella estromessa dalla proprietà familiare, di un cognato che non prende le difese della moglie del fratello rimasta vedova, non è per istruire un processo sommario ai personaggi “cattivi”: certi eventi erano abbastanza normali in una società in cui la casa e le terre si tramandavano per linea maschile e in cui le donne non leggevano, non votavano e non avevano diritti, neanche quello di lasciare il marito. Ma l’impatto emotivo di un lutto, di uno sradicamento, di un allontanamento, restano comunque vivi e presenti.

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Magari a qualcuno può non interessare tutto ciò; si sente sganciato, il cordone ombelicale tagliato da ogni passato, doloroso o sgradevole o semplicemente inutile. E io non posso biasimarlo. Per quanto mi riguarda, mi sono svegliata abbastanza tardi. Se avessi capito prima, di venire da qualcosa, di aver bisogno di conoscere questo qualcosa, avrei fatto delle domande a mio nonno, a mia nonna, su tutti quelli che sono venuti prima di loro, avrei cercato di legarmi a doppio filo al mio passato, a quel passato da cui provengo.

In ogni caso, quando parlo delle vicende di un antenato che oltre ad essere mio è anche (spesso inevitabilmente) un antenato altrui, non c’è intento di pettegolezzo o di facile stigmatizzazione; certo, c’è un’interpretazione, ma appartiene prevalentemente alla sfera personale.

Interpretare fa soprattutto bene a me, per capire di cosa sono fatta. Ma contribuisce in parte alla ricostruzione storica, fa rivivere persone i cui resti sono ora nelle tombe o in un ossario, ricollega una storia ad un volto su una foto destinata altrimenti a restare dimenticata in fondo a un cassetto.

Quindi ricapitolando:

Per i parenti oltre il settimo grado (nipoti e pronipoti di Teodoro, Diomede, Giuseppe e Salvatore Mingo, compresi i Palmeri, Cordone, Cassone, Tavana; nipoti e pronipoti di Domenico Pellegrino tra cui i Lo Presti e i Pappalardo; nipoti e pronipoti di Cristoforo Montesanto – tutti antenati vissuti tra la seconda metà dell’800 e i primi decenni del Novecento – per non parlare dei Barbagallo, dei Bongiovanni, dei Monteforte, dei Rapisarda, e poi dei Nicolosi, dei Consoli e degli Anfuso, altre radici per ora ancora nebulose): non abbiate paura, non potrò sottrarvi l’eredità del nonno e non mi piazzerò a casa vostra per un mese con figli famelici o con un grosso cane peloso; mi interessa ricostruire un po’ di memoria familiare e se avete foto, documenti, ricordi, con uno scanner è facile condividerli senza rinunciare al possesso dell’oggetto.

Per i parenti entro il sesto grado (per esempio i figli di zio Carlo Mingo, a Roma, che praticamente non conosco): siamo ancora cugini, uno scambio di informazioni è gradito. Magari potreste scoprire di avere un passato familiare interessante (e anche se per legge siamo parenti vi risparmierò bontà mia il cane peloso).

Preciso infine che attenendoci alla parentela legale, cioé fino al sesto grado, Diomede Mingo, agronomo, che fu sindaco di Noto nel 1917 era mio parente (quinto grado), il vescovo Corrado Mingo non era mio parente (decimo grado), ma se risultasse che il Salvatore che è tra i suoi antenati è il fratello del mio bisnonno invece che il cugino omonimo allora sarebbe mio parente (sesto grado), Franzo Mingo emigrato a Vimercate non era più mio parente (ottavo grado anche lui) ma era parente di mio nonno Nicolò (sesto grado), Cristoforo Montesanto capoguida sull’Etna era mio parente (quinto grado) e anche le sue figlie Stella e Angelina, nate ai primi del secolo scorso, che andammo a trovare a Nicolosi nel 1971 con i miei genitori, erano mie parenti (sesto grado), e per finire il cugino di mia nonna Peppino Pellegrino morto nel 1975, a cui zia Stella ha scritto fino all’ultimo, era mio parente (sesto grado). Discendenti e collaterali, manifestatevi !

«E forse mi direte : “Sei proprio certo che questa leggenda sia vera ?”

Ma che importa quel che può essere la realtà fuori di me, se mi ha aiutato a vivere, a sentire che esisto e quel che sono ?»

(Baudelaire, Les fenêtres, Le Spleen de Paris)

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