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Lucia Mingo e la chioma ribelle

Lucia Mingo e la chioma ribelle

 

Una tenace eredità genetica ha dotato noi Mingo di una cospicua quantità di capelli. Purtroppo non abbiamo foto del trisnonno Corrado e della trisnonna Gioacchina, ma a giudicare dalla fluenza delle chiome di Matteo i due progenitori dovevano essere entrambi ben forniti. Qualche rara immagine dei fratelli del bisnonno in età senile conferma l’assenza di casi di calvizie in famiglia, ma certamente il gene tricotico ha favorito più di tutti Matteo, che nell’ultima sua foto sfoggia a più di settant’anni la stessa chioma leonina dell’età giovanile, solo un po’ meno intrisa di ardori risorgimentali e più univocamente orientata, in maniera consona alla sua saggezza finale di ex-

poliziotto pluridecorato.

 

                               

 

Da uomo che punta in alto, Matteo aveva sposato Crocifissa, i cui ritratti giovanili rivelano un capello estremamente folto e tenace, in grado di reggere un’imponente acconciatura verticale con sopraelevazioni successive senza l’ausilio di nessun tipo di fissanti – essendo ancora lontana all’epoca l’invenzione della lacca e inimmaginabile quella dello spray.

Possiamo supporre che al primo incontro siano rimasti impigliati.

Mio padre Archimede ha ereditato via Nicolò il gene della zazzera, bypassando elegantemente le insidie del ramo Montesanto-Barbagallo, latore in età avanzata di fronti sguarnite e capelli sottili.

 

 

Dal suo incontro con Annamaria, a sua volta un torrente di ricci, io nacqui apparentemente quiescente, con un capello a prima vista liscio e chiaro, che covava però nascostamente l’ispidezza futura. Durante l’infanzia alcuni segni precursori – opposizione selvaggia al parrucchiere, denti dei pettini che si spezzavano – anticiparono la comparsa in età adolescenziale di un capello scuro, riccio, foltissimo e iper-resistente, motivo di innumerevoli liti per lavandini otturati durante le peregrinazioni giovanili in case di amici nell’epoca freak. L’incomprensione dei glabri e delle biondine che al primo shampo mi trovavano indesiderabile mi spinse a cambiare spesso destinazione, arricchendo la mia visione del mondo con esperienze diverse. Dopo aver intasato i sifoni di tutte le capitali d’Europa vennero gli anni 80 con l’era del punk, un po’ in ritardo ma alla buon’ora, il taglio ultracorto mi permise infine di frequentare le strutture idrauliche collettive senza incidenti diplomatici.

Ma torniamo agli antenati. Il nonno Nicolò e suoi fratelli erano tutti capelloni. Ovviamente il cespuglio veniva regolarmente potato, militari e professori non potendosi permettere debordanti sciatterie, ma bastavano pochi giorni alle indomabili chiome per riaffermare la loro ambizione multidimensionale, emanazione o metafora di un’attività mentale irrefrenabile e mal disciplinata.

Anche la prozia Lucia, unica esponente femminile della fratria, non sfuggiva all’eredità ancestrale. Da fanciulla beneducata, ultimogenita vezzeggiata e protetta di una famiglia in cui il decoro era d’obbligo, dedicava ogni giorno lunghe cure alla sua capigliatura crespa, che dopo aver ordinatamente spazzolato raccoglieva in una cocchia, abbellita a volte con un fiocco. Pur senza uguagliare in verticalità le performances architettoniche di sua madre i suoi capelli non passavano inosservati, attirandole certamente l’ammirazione di qualche distinto giovanotto, a cui però non venne mai dato seguito, per motivi che ignoro.

 

 

I due fratelli più grandi, Corrado e Carlo, che avevano diciotto e quindici anni più di lei, dopo essere passati dal barbiere per un taglio a spazzola erano partiti per il Sudamerica quando lei aveva dieci anni. Il terzo fratello, Enrico, era ufficiale medico nella Marina Militare. Anche lui ben acconciato e parecchio più grande di età, prestava servizio sulle navi e le inviava dai porti italiani delle belle cartoline da collezione.

 

 

Il fratello più vicino era Nicolò, tre anni di differenza; ed era anche l’unico che era rimasto in Sicilia. Erano cresciuti insieme, ma poi lui aveva studiato e l’aveva un po’ trascurata, divorato dalla sua ambizione e dalla sua smania motoria. Le foto dell’epoca lo mostrano in posa un po’ arrogante, il capello scuro e mosso intriso di gommina. Fascinoso e intraprendente conquisterà la nonna Margherita e la sposerà nel 1913, lasciando Lucia sola con Crocifissa.

Possiamo immaginare che le due donne occupassero le lunghe giornate nella casa in affitto a Villa Vezzosi a acconciarsi le chiome e a coltivare altri passatempi analoghi. I pretendenti di Lucia, se c’erano stati, erano stati rifiutati, in mancanza di una dote o forse semplicemente a vantaggio di una vita domestica e protetta in una simbiosi madre-figlia.

Ma un brutto giorno Crocifissa morì.

Era il 1925 e la mia prozia era ormai una matura zitella alle soglie della quarantina. Senza mezzi, dové lasciare l’appartamento, troppo costoso o ritenuto inadatto a una donna sola, e andò a vivere alternativamente a casa dei due fratelli. In una lettera del 1926 il prozio Enrico annuncia al nonno Nicolò il proprio trasferimento da La Spezia a Roma, al Regio Ospedale Militare del Celio. Lo informa che però non porterà con sé zia Lucia:

“Caro Nicola, il mio richiamo è definitivamente fissato per il 16 corrente, giorno in cui dovrò partire per Roma. La mia situazione qui non è ancora liquidata; e quella di Roma è piena di incognite. Ho deciso di lasciar qui Lucia ed andarmene solo per non procurarmi un disastro. Mi duole assai che Lucia debba restar sola; ma non trovo modo di risolvere diversamente la situazione, visto anche che tu non hai fatto alcun accenno alla possibilità di prenderla con te. Del resto si è già ambientata, sta bene; ed il tirocinio che comincerà a fare quanto prima le farà molto bene per l’avvenire. (…) Spero che stiate tutti bene e che non ti manchi l’onesto lavoro; vi abbraccio tutti affettuosamente.”

A vedere l’unica foto rimasta di zia Lucia, silenziosa, pudica, un po’ imbambolata, ci si chiede quale sarà mai il “disastro” che il prozio Enrico la ritiene in grado di provocare. Nicolò non accenna alla possibilità di prenderla con sé, et pour cause: venduta la casa di via Redentore, i Mingo vivono in sette in un appartamentino in affitto a Cibali, allora campagna alla periferia di Catania. In due stanze abitano il nonno, la nonna, la prozia Stella, zio Enrico, mio padre Archimede, zia Laura e zia Beatrice; “l’onesto lavoro” di cui parla suo fratello è proprio quel che scarseggia in quel periodo per Nicolò, che con i magri proventi delle supplenze e della farmacia non riesce a sfamare la numerosa famiglia. Decide quindi di concorrere per la cattedra di chimica nelle scuole regie, vince il concorso e viene destinato al liceo Ximenes di Trapani, dove inizia l’esodo per tutto il nucleo familiare.

Lucia viene infine ammessa a casa di Enrico, sposato e senza figli, ma non va d’accordo con la moglie di lui, zia Ada  – forse ottura anche lei i lavandini con i capelli. Quando Nicolò per l’ennesimo trasferimento arriva all’Aquila con tutta la famiglia, zia Lucia mette in valigia pettine, spazzola e forcine e lascia Roma per unirsi alla tribù.

Siamo agli inizi degli anni 30.

In Etiopia è salito da poco sul trono Hailé Selassié, primo imperatore nero del Continente Africano.

In breve tempo nasce un movimento di seguaci del Ras Tafari che decidono di lasciarsi crescere i capelli senza mai pettinarli, per incutere terrore all’uomo bianco con i loro intrichi mostruosi: i dreadlocks. Reietti e emarginati per secoli, affermano la loro forza e la loro rivolta ostentando ingovernabili chiome.

All’Aquila la nonna Margherita e zia Stella sono stressate per il freddo, l’isolamento, l’allontanamento forzato dalla Sicilia natìa; ritengono responsabile Nicolò del loro esilio. Trovano un capro espiatorio ideale in sua sorella, a cui rendono la vita impossibile con mille dispetti.

Inizia qui la fase rasta di zia Lucia.

Vessata e umiliata, anche lei sradicata, senza prospettive né possibilità di fuga, Lucia ritiene che sia inutile continuare a dedicare ogni giorno delle ore alle cure capillari.

Per cui non si pettina più.

Nei ricordi dei nipoti la chioma della zia assume allora connotazioni mostruose: intricata, gigantesca, indomabile, inquietante, espressione di un disagio cieco e senza sbocchi.

Nei mesi seguenti Lucia prosegue nell’unica forma di protesta possibile, rifiutando di alzarsi, di vestirsi, di mangiare, di parlare.

Un giorno giunge sotto casa un’ambulanza dell’ospedale psichiatrico e porta via la zia e la sua inestricabile matassa di pensieri.

Zia Lucia Mingo è morta nel 1970 in una casa di cura; io non l’ho mai conosciuta. Mi piacerebbe vedere una sua fotografia con i capelli scarmigliati. Rivolgo un pensiero militante ai suoi dreads, ribellione contro un’epoca crudele in cui una donna sola non poteva aspirare alla felicità.

 

 

 

 

Cosa facevano i bisnonni centocinquant’anni fa

1860

Cosa facevano i bisnonni centocinquant’anni fa

 

15 maggio 1860. Garibaldi è sbarcato in Sicilia. La notizia non è ancora giunta a Noto, ma i patrioti cittadini sono pronti a battersi per la fine del dominio borbonico. Il bisnonno Matteo Mingo, ventisettenne, con altri giovani cospiratori confeziona un tricolore. Al calar delle tenebre esce travestito da donna e issa la bandiera sulla statua di Ercole, sancendo l’inizio di una nuova era.

 

Il bisnonno Francesco Pellegrino in quel momento è ancora nel ventre materno; nascerà due mesi dopo, il 19 luglio. Lontano dai tumulti, come sarà nella vita.

 

La sfalsatura anagrafica tra i due bisnonni è dovuta all’ordine di genitura e al matrimonio tardivo dei Pellegrino (e a quello precoce dei Mingo): Matteo è il primogenito maschio di Corrado e Gioacchina, sposati nel 1830; Francesco è il figlio più giovane di Giuseppe e Margherita, sposati nel 1856. Ma la generazione successiva recupererà il gap: Nicolò, ultimo figlio maschio di Matteo e Crocifissa, sposerà Margherita, prima figlia di Francesco e Lorenza. Solo cinque anni di età separano i due sposi, accomunati anche dalla condizione di orfani, per la fine prematura di Francesco e Lorenza, e per quella in tempi più normali di Matteo; solo Crocifissa, la madre di Nicolò, resterà in vita nei primi dodici anni del loro matrimonio e potrà conoscere i primi quattro nipoti.

 

Il bisnonno Matteo resterà un tipo animoso, intraprendente, impegnato. Il bisnonno Francesco si dedicherà alla fotografia e rifuggirà gli affanni e la politica.

 

Appartenenti a due ceti sociali diversi, i due bisnonni non si sono conosciuti. Ultimo figlio di una famiglia di possidenti, Francesco è morto a 44 anni nel 1904. Matteo, morto nel 1907, apparteneva alla classe intellettuale emergente, quella che contava sul cambiamento per poter migliorare la propria condizione economica, accedere alla proprietà.

 

I loro discendenti hanno lasciato tutti la Sicilia d’origine per disperdersi su tre continenti.

 

 

 

 

 

I Pellegrino di San Dimitri

I Pellegrino di San Dimitri

Le inchieste dell’ispettrice Menegaux/6

 

 

In genealogia quando si vuole ricostruire un albero e ricollegarsi a un eventuale blasone è assolutamente sconsigliato procedere a rovescio; ma dopo essere entrata per sbaglio dal sito ancestry nell’albero di Jolanthe de Montfort che risale fino a Carlo Magno e avere enormemente invidiato i suoi numerosi ascendenti effigiati in quadri con parrucche e colli svolazzanti – a proposito, avete notato che nelle famiglie nobili tutti quelli che si sposano hanno prole? immagino che ci sia stato nei secoli un apporto sostanzioso da parte di femmes de chambre e giardinieri… –

la mia smania di emoglobina blu è tale che per una volta ho proceduto scorrettamente, ricercando nel 1700 dei nobili omonimi dei miei antenati e poi tentando di incollarli malamente al mio albero familiare. Un po’ come quei jeans “Luvi’s” o “Wranglet” che compravamo da ragazzi al Ponte di Casanova e che sfoggiavamo nelle nostre tournées trappane al Vomero, illudendoci che nessuno si accorgesse della grossolana contraffazione.

L’indizio di partenza è una frase della nonna Margherita Pellegrino, che ad una domanda sul suo cognome mi rispose con molta serietà che si trattava di un cognome importante e che un tempo c’erano in Sicilia i Pellegrino di San Dimitri.

Questo mito è rimasto avvolto nelle nebbie per parecchi anni, poi mi sono decisa a indagare.

Dunque, procedendo al contrario contro ogni buona norma come abbiamo detto, nel nobiliario di Sicilia risultano dalla fine del 1600-inizio 1700 dei baroni Pellegrini di San Dimitri: Salvatore, Domenico, Giovanni, con feudo in Lentini.

Ne risultano altri con cariche onorifiche e politiche: dei senatori, un acatapano nobile in Catania, ecc.

Tranne Salvatore, gli altri nomi ricorrono anche nella mia famiglia: Giovanni, Giuseppe, Domenico che è tradizionalmente il nome del primogenito. Risulta anche una Carmela Pellegrino, omonima di una mia antenata, sposata con un principe Moncada di Paternò. Nicolosi era d’altronde un feudo dei Moncada di Paternò.

Per una volta mi permetto un saccheggio dal lavoro altrui, un copia e incolla che mi risparmia la rielaborazione. Ma correttamente cito le fonti (i grassetti sono miei):

 

Dal Nobiliario di Sicilia, del Dott. A. Mango di Casalgerardo:

 

Pellegrino o Peregrino.

 

Godette nobiltà in Palermo, Messina, Catania, ecc., passò all’ordine di Malta sin dal 1422 nel quale anno venne ricevuto un Filippo. – Un  Bartolomeo fu giudice di Messina nel 1311; un Pietro, da Messina, giudice della Gran Corte, ottenne a 16 gennaio 1397 concessione di un uliveto grande nel territorio di Palermo; un Nicolò fu vice secreto in Sutera nel 1409; un Bernardo fu giudice delle appellazioni in Messina nel 1422-23; un Dionisio fu senatore in Palermo nel 1425-26; un Tommaso Matteo fu senatore in Messina nel 1514-15; un Cesare, un Francesco, un Giovan Pietro e un fra Vincenzo sono annotati nella mastra nobile del Mollica; un Nicolò Antonio fu senatore in Messina negli anni 1579-80, 1584-85; un Giovan-Francesco tenne la stessa carica negli anni 1585-86, 1587-88; un Giuseppe la tenne nel 1597-98; un Pellegrino acquistò il feudo Campobianco che, nel 1601 donò a Gaspare Orioles; un Lucio fu senatore di Messina negli anni 1613-14, 1621-22, 1630-31; un Vincenzo tenne la stessa carica nel 1616-17; un Pietro la tenne negli anni 1644-45, 1647-48, 1651-52; un Vincenzo del fu Lucio ed un Vincenzo del fu Pietro la tennero negli anni 1661-62-63; un Giovan Francesco la  occupò negli anni 1652-53, 1663-64, 1668-69, 1672-73, 1676-77; un Pietro nell’anno 1709-10; un Salvatore acquistò, da casa Gioeni nel 1711, il  feudo di San Dimitri in Lentini; un Vincenzo fu senatore in Messina nel 1721-22; un Ignazio fu giudice della corte pretoriana in Palermo nel  1735-36. un Salvatore Pellegrino e Crescimanno, barone di S. Dimitri, a 17 febbraio venne aggregato alla mastra nobile di Catania, ed occupò in detta città nel 1770-71 la carica di capitano di giustizia e nel 1775-76 quella di patrizio; un Giuseppe Pellegrino e Caldarera fu acatapano  nobile in Catania nell’anno 1798-99; un Domenico, barone di S. Dimitri,  fu senatore in Catania nel 1798 e 1799.

 

Arma: d’azzurro, al braccio armato d’oro, movente dal canton sinistro dello  scudo e tenente un falcone pellegrino dello stesso.

 

Alias : d’azzurro, al leone d’oro, vestito col mantelletto di pellegrino di nero, appoggiato al bordone del secondo.

 

Il trisnonno di mia nonna si chiamava Domenico Pellegrino, come l’ultimo barone di San Dimitri.

La loro era certamente una famiglia di proprietari terrieri e data l’agiatezza di cui godevano ancora dopo varie generazioni si può supporre che all’origine vi fossero proprietà molto cospicue, poi frazionate con le varie successioni. Anche il modo di vita spensierato, con passatempi costosi come la fotografia, fa pensare agli ultimi sprazzi di uno stile di vita nobiliare, da nobiltà rurale.

In assenza di collegamenti certi e diretti con l’albero nobiliare di una famiglia ora estinta, che non figura in nessun sito genealogico (o forse in qualche sito araldico a pagamento ce ne sarà qualche traccia, ma lì poi torniamo ai Luvi’s del Ponte di Casanova, pagare per avere una pergamena pezzottata non è esattamente la mia finalità), la mia ipotesi è che i Pellegrino, famiglia di mia nonna, siano i discendenti di una branca collaterale dei Pellegrino di San Dimitri, il che spiega il culto nella trasmissione del nome Domenico per i primogeniti e i costumi da piccola nobiltà di campagna.

 

 

 

Ma dopo aver scoperto questa ascendenza che mio padre il matematico Archimede avrebbe quantificato percentualmente senza indugi (immagino in un ordine infinitesimale…) non mi atteggerò troppo, perché il mio bisnonno Francesco oltre a scattare fotografie si occupava anche dell’orto e del pollaio; nelle lettere alla moglie, con la sua scrittura veloce da signorotto svagato, non parla di partite di caccia alla volpe e ricevimenti mondani, ma dell’invio di “due chili di pisella, sebbene senza sapore perch’è l’ultima, e n° 10 uova dei nostri gallini” e aggiunge: “ti raccomando di manciarteli e di non fare la stuffosa”. La sua prosa non è quella del duca di York, ma denota senz’altro un nobile altruismo…

 

 

 

 

La sarabanda endogamica dei Rapisarda

La sarabanda endogamica dei Rapisarda

Quando andavo alle elementari era vietato collezionare le figurine dei calciatori. A latere c’erano invece le raccolte incoraggiate per il loro contenuto educativo, un anno mi ricordo che ci toccò L’Impero Romano, erano grosse figurine un po’ lucide, molto sottili, ci voleva una palettata di colla per metterle sull’album, impossibile giocarci a pacchero o creare malloppi voluminosi e sfarinanti da rigirare nelle tasche per attutire il tedio delle ore di geografia. Per fortuna il grembiule ne aveva due, di tasche, così in una si tenevano le figurine di regime per rassicurare la maestra, nell’altra le Panini da scambiare e da utilizzare per il gioco d’azzardo. Un anno riuscii anche a completare l’album, mi mancava solo la Roma Coppe e me la dette mio cugino Fabio, la scollò dal suo album e  me la regalò, poteva essere il 1967 o 1968. Fabio era generoso, condivideva tutto, mi fece anche assaggiare una delle sue prime sigarette, lui era alle medie e mi fece giurare di non dire niente alla zia, ricordo come un lanciafiamme che mi perfora la gola, una tosse convulsa e una sensazione di combusto, dopo quella prima non fumai più, lui invece continuò e gli fu fatale.

 

 

Ogni tanto mi piace telefonare al centro genealogico dei mormoni. Loro sono contenti di ricostruire la genealogia, lo fanno per religione, ogni mormone deve risalire fino all’ottava generazione, ossia due alla settima (due genitori ognuno dei quali ha due genitori ognuno dei quali ha due genitori ecc.) più tutte le tappe intermedie, cioé 256 + 128 + 64 + 32 + 16 + 8 + 4 + 2 antenati; è comprensibile che qualche neofita sia perplesso o scoraggiato, infatti si possono trovare sul sito ufficiale della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni delle esortazioni energiche rivolte ai fedeli, sul genere “Non è poi così difficile, basta prendere carta e penna e cominciare a scrivere i nomi dei genitori e dei nonni; coraggio, incominciate!” ecc. Di conseguenza non gli par vero che una persona qualsiasi abbia voglia di ricercare spontaneamente i propri antenati, e una volta appurata la sua sincera motivazione la accolgono a braccia aperte; mi viene in mente un paragone un po’ scasso, ma lo devo fare: come un asceta mistico che sbarca in un convegno di preti mangioni, o uno studente di inglese che si imbuca clandestinamente in un laboratorio di francese per il puro piacere di imparare questa lingua reietta…

(il paragone è scasso perché i mormoni non sono ipocriti né mangioni, ripeto che sono immensamente grata ai volontari del centro genealogico di Catania e a quelli di Siracusa per tutte le notizie che mi hanno fornito in modo efficace e disinteressato)

 

I mormoni hanno un’eccezionale banca dati, hanno schedato gli archivi parrocchiali e detengono un’enorme quantità di informazioni sulla genealogia mondiale; in un’ottica più laica le stesse informazioni si potrebbero ottenere dagli archivi di stato, ma 1) essi partono solo dal 1821, mentre le chiese registravano battesimi e matrimoni già nel 1500 (e i mormoni hanno tutto su microfilm); 2) come tutte le istituzioni pubbliche, gli archivi sono lenti a dare le risposte e a volte vessano con richieste complicate, tipo l’invio di un euro e venti in moneta, due francobolli di posta prioritaria, tre saltelli a piè pari, allora quando si vuole conoscere la data di nascita di un antenato si può scegliere fra attendere l’epilogo di tutto questo tourbillon farraginoso inviando all’ente preposto varie mail, lettere, telefonate e impiegando mesi per avere al contagocce qualche notizia, o telefonare ai mormoni e avere la risposta su quell’antenato subito o quasi, condita da numerose informazioni accessorie su ascendenti, fratelli, sorelle, cugini e accompagnata da una simpatica conversazione con una signora che condivide apertamente la vostra stessa passione, e che perciò non vi giudica suonato o morboso se volete sapere come si chiamava il primo marito della vostra trisnonna e se era molto più anziano di lei. Una volta stabilito il contatto il clima che si instaura è molto simile a quello del cortile di scuola durante lo scambio delle figurine Panini: – Io Francesco Pellegrino non ce l’ho, quando è nato? – Il 19 luglio del 1860. – Strano, l’ho cercato a Catania e non l’ho trovato. – E’ perché è a Nicolosi. – Ah ecco, Nicolosi ce l’ho solo fino al 1851. Aspetti che segno.

Immagino che un giorno qualcuno tirerà fuori di nuovo la Roma Coppe e completerò l’albero.

 

Così, di domanda in domanda e di ricerca in ricerca, il Centro Genealogico di Catania mi ha rivelato dei retroscena endogamici vertiginosi, dopo i quali mi chiedo come facciamo in famiglia a non essere tutti affetti da gravi patologie ereditarie; senza essere così vanitosi da millantare un’emofilia alla Romanov mi domando semplicemente come abbiamo fatto in tutti questi secoli a non nascere con quattordici dita o con una coda di porco.

 

Entro nei dettagli. Però prima allacciate le cinture e organizzate i neuroni perché qui si gira vorticosamente.

Maddalena Rapisarda, mia quadrisavola, figlia di Vito Nicolò Rapisarda e Maria Stella Rapisarda. I suoi genitori erano cugini. Maddalena sposa nel 1823 Giovanni Pellegrino, mio quadrisavolo, figlio di Domenico Pellegrino e Carmela Consoli.

Margherita Montesanto, mia trisnonna, sposa in prime nozze Giovanni Consoli, probabilmente fratello di Carmela, quindi zio di Giuseppe Pellegrino, figlio di Giovanni e Maddalena, mio trisnonno, che Margherita rimasta vedova sposerà in seconde nozze. Per cui Margherita sposa in seconde nozze suo nipote acquisito, figlio della sorella del primo marito.

Dal primo matrimonio era nato Pietro Consoli, che sarà quindi cugino del secondo marito di sua madre e contemporaneamente zio e fratellastro di Domenico e Francesco, figli del secondo matrimonio di Margherita.

Fra i testimoni di nozze c’è Vito Antonio Consoli, sacerdote, che si firma Vito Antonio Rapisarda Consoli. Altro cugino, che ha il padre Consoli e la madre Rapisarda, e che quindi è cugino sia del padre che della madre dello sposo – meno male che è un prete, altrimenti dato il clima si potrebbe prestare a un incesto incrociato.

E veniamo ai collaterali. Berilla Rapisarda, nata a Mascalucia intorno al 1793, sorella della mia quadrisavola e mia pro-pro-prozia. Anche lei figlia di Rapisarda in Rapisarda (Vito Nicolò e Maria Stella), bissa l’incesto sposando in prime nozze suo cugino Pietro Rapisarda, figlio di Filippo Rapisarda e Agnese Lo Giudice, e rimasta vedova sposa in seconde nozze un altro cugino, Vito Lo Giudice, figlio di Vincenzo Lo Giudice e Lucia Rapisarda, a sua volta cugino o  nipote del primo marito. E qui mi fermo, perché un eventuale figlio di questa coppia avrà realizzato l’exploit di essere zio e cugino di se stesso, a patto che non sia diventato prima lo scemo del villaggio per le tare genetiche accumulate.

In un clima così endogamico il matrimonio tra i miei bisnonni Francesco Pellegrino e Lorenza Montesanto, cugini primi in quanto figli lui di Margherita e lei di Salvatore Montesanto, appare a questo punto come una sciocchezzuola.

Apprendendo questi dati qualcuno potrebbe pensare all’area geografica tra Mascalucia e Nicolosi come a un’isola deserta tipo Alicudi, con un centinaio di abitanti che si incrociano ripetitivamente tra loro, ma non è così, nella seconda metà dell’Ottocento la sola Nicolosi conta non meno di tremilaottocentoquarantasei anime; vi è quindi una vasta possibilità di scelta al di fuori dall’ambito familiare. Eppure queste tre o quattro famiglie continuano a sposarsi tra loro.

 

 

Al cimitero di Mascalucia, dove la famiglia Consoli è molto rappresentata, numerose sono le tombe Consoli-Consoli, doppie tessere del domino, segno di un’alleanza intrafamiliare consolidata. Vi sono anche, ovviamente, dei Rapisarda in Rapisarda.

E’ chiaramente un gioco di alleanze incrociate, finalizzato alla conservazione della proprietà della terra. Matrimoni combinati, spoetizzanti dunque?

Quando la trisnonna Margherita Montesanto, vedova quasi quarantenne, sposa Giuseppe Pellegrino, i genitori dello sposo garantiscono per lei, che è orfana e non sa firmare: il matrimonio avviene “sotto l’assistenza dei genitori dello sposo che intervengono al presente atto affin di prestare il di loro espresso e formale consenso secondochè han dichiarato”. Tra i testimoni c’è  Gaetano Consoli, calzolaio, fratello o cugino del defunto primo marito, e c’è anche Agatino Puglisi, “notaio regnicolo domiciliato in contrada Gallazzo, di anni settantacinque”, dalla scrittura senile un po’ parkinsoniana. La presenza di un notaio è indicativa: accanto ad ogni matrimonio c’è un accordo per la dote, per i beni mobili e immobili, che viene sancito ufficialmente. E’ ancora un altro livello di ricerca negli archivi, a cui non sono arrivata (limitandomi ai certificati anagrafici e di battesimo) e che permetterebbe di approfondire il discorso sulle proprietà, su come venivano percepite e gestite all’epoca.

Tutta la vicenda fa pensare a un patto per la salvaguardia e la spartizione del patrimonio fondiario.

Eppure nella foto gli sposi hanno un’espressione distesa, serena.

Telefono di nuovo alla signora del centro genealogico e le chiedo la data di nascita del primogenito della coppia, Domenico Pellegrino, fratello del mio bisnonno.

Domenico è nato a Nicolosi il tre luglio del 1856.

I genitori si erano sposati solo due mesi prima, il dieci di maggio.

Ergo, il matrimonio era già stato consumato.

Ergo, in queste alleanze familiari non c’era solo il dovere ma anche il piacere.

Osservando bene la foto degli sposi si può vedere che l’abito di Margherita è molto largo sotto la vita, con una gonna ampia che potrebbe nascondere l’attesa.

Se potessimo osservare la foto ai raggi x scopriremmo forse l’embrione del primogenito Domenico Pellegrino, geneticamente programmato per diffidare delle alleanze esogamiche, già pronto a spuntar fuori e tiranneggiare sorelle, cognate e cugine per affermare i suoi diritti di primogenito maschio e farsi attribuire una cospicua parte dell’eredità.

 

 

Che fine ha fatto Peppino Pellegrino?

I casi dell’ispettrice Isabel/2

Le inchieste dell’ispettrice Menegaux/4

 

 

Che fine ha fatto Peppino Pellegrino?

 

Enigmatico è il minimo che si possa dire. Fin dalle prime foto d’infanzia, in cui sua sorella Stella che apprenderà poi nella vita la modestia e la rassegnazione appare furente e scarmigliata, Peppino sembra osservare il mondo con distacco. Il suo viso ha sempre la stessa espressione, è il viso di una bambola di ceramica, fisso, come una maschera da cui nessun sentimento trapela.

 

 

Ultimo dei tre figli di Francesco Pellegrino e Lorenza Montesanto, persegue con determinazione tutti i suoi obiettivi.

Nell’unico episodio che ci è pervenuto della sua infanzia, Peppino si accanisce a cercare di pescare di nascosto delle mele conservate per l’inverno in un ripostiglio, infilzandole con uno spiedo dal finestrino. Lo spiedo non è ricurvo e le mele cadono prima che Peppino le possa afferrare; ne forerà parecchie prima di rassegnarsi. Scoprendo lo scempio, il bisnonno Francesco commenterà: “Cu iè ‘stu verme che mi bucò tutte le mele?”

 

A sei anni gli muore il padre e con le sorelle viene affidato alla tutela dello zio.

 

Testa calda, appena uscito dall’adolescenza impara a pilotare l’aereo e si arruola nell’aviazione. Una foto del 1917 lo ritrae su un biplano Farman MF 11, “la carrozza del cielo”, con cui durante i voli di addestramento impaurisce i contadini sorvolando la campagna a volo radente.

 

 

Negli anni 30 emigra in Argentina, da cui non da’ più notizie.

 

Ritrovo una foto in cui figura con una donna più matura di lui. Dietro c’è scritto: il prozio Peppino, fratello della nonna Margherita, con la prima moglie.

 

La nonna non me ne ha mai parlato. Zia Maria negava. Vergogna familiare? A quei tempi non esistevano le foto rubate per strada e i falsi flirt sulle riviste di gossip. Farsi fotografare era un atto intenzionale che presupponeva recarsi in uno studio, mettersi in posa, pagare…

Che ci faceva lo zio con quella signora nello studio fotografico Martinez di Catania?

Perché non ci è stato mai detto niente?

 

 

Sul sito di ancestry ci sono decine di Giuseppe Pellegrino. Per accedere ai documenti mondiali sull’immigrazione non basta l’abbonamento normale da 10 euro l’anno, ci vuole quello De Luxe da 25 euro al mese (ossia 300 euro l’anno). Ogni volta che cerco di arrivare a lui mi appare una schermata con un catenaccio con la proposta di sottoscrivere il Salasso Extra Large, a ricordarmi che al mondo tutto si paga.

Ma con 300 euro quasi prendo un aereo e vado in Argentina…

 

Peccato solo per la parte comica, per i suggerimenti deliranti che il sistema ti elargisce con enorme serietà. La mia pro-prozia Carmela Pellegrino nata nel 1825 a Mascalucia è diventata un uomo (Carmelo) e risulta iscritta alle liste di leva americane della seconda guerra mondiale; mia nonna Margherita Pellegrino nel 1913 invece di sposarsi con il nonno si è imbarcata sul piroscafo “Nord America” e se l’è squagliata nel New Hampshire con un certo Pietro Filocamo, campando fino a cent’anni nella sua nuova identità di “Margaret”. Cercando la mia trisnonna Gioacchina Monteforte sono entrata nell’albero di Jolanthe de Montfort che risale fino a Carlo Magno, e accanto al nome degli antenati dal Cinquecento in poi c’è il quadro: colli merlettati, manti di ermellino, decorazioni floreali tra i capelli… c’è un certo Philippe III Duc d’Aerschot nato a Valenciennes nel 1526 che indossa una specie di tuta spaziale, con fregi da far morire d’invidia l’Uomo Ragno.

Ma nessuno di loro è un mio antenato, come è vero che non mi chiamo Isabelle de la Tour d’Auvergne e che non ho sposato Guillaume de Châtillon.

 

 

 

Gli unici su cui non c’è nessuna notizia, né plausibile né inverosimile, sono i Mingo, così rari che a volte sembra che se ne sia persa la traccia. Ma prima che si estinguano ci penserà l’ispettrice Menegaux a stanarli e a ridar nuovo lustro al loro blasone.

 

Nell’immaginario familiare la sparizione di zio Peppino ha creato zone d’ombra e leggende. Mio padre ha immaginato in un racconto che le pentole di rame della trisnonna, sua unica eredità, racchiudessero un tesoro per chi le avesse sapute conservare. Nel racconto sventatamente i suoi figli (cioè noi!) vanno a vendere per pochi spiccioli le preziose pentole cariche di memoria al robivecchi, e quando un notaio incaricato del mandato testamentario del ricchissimo zio giunge dall’Australia (eh sì, perché nella fiction Peppino aveva sbagliato nave e si era trovato a Melbourne, dove aveva fatto fortuna) non esiste più nessuna prova della parentela e l’eredità va in fumo.

 

Svantaggi dell’acciaio inox. Consegnerei il tutto a uno specialista, anche la mia fantasia interpretativa qui s’inceppa.

Un po’ frustrante certamente sentirsi trattare da irresponsabile senza memoria e senza storia. Ma non è così che ci avete educato, mamma e papà, a dimenticare tutte le brutte cose che vi erano successe, a fare come se non fossero mai esistite? A trasformare fratellini mai nati e cuginetti scomparsi in piccoli angeli volati in cielo?

 

 

Comunque non ve ne voglio, c’è un tempo per tutto, e per me questo è il tempo del recupero.

 

E poi, per tornare al vero Peppino, avete notato che nelle foto è sempre elegantissimo, accurato nei dettagli, con accessori, spille, fermacravatte, anelli… ? Ne ha due in quella in cui pilota l’aereo.  E in quella con “la prima moglie” ha anche una sigaretta tra le dita, unico antenato pubblicamente dissoluto.

Non se la sarà mica squagliata in Sudamerica con la dote?

 

 

 

Suggerimenti di ancestry:

 

Albero Fernandez: Crusifisja Bongiovanni nata in Sicilia nel 1887 e morta a Bayonne (New Jersey), coniugata con Onofrio Arcieri. Arriva a N.Y. nel 1909, a 22 anni. La figlia Frances Maria Algeria si sposa con Edward H. Fernandez e ha tre figli.

 

Margaret Pellegrino si sposa con Pietro Filocamo, muore a 100 anni nel 1999 a Hampton, nel New Hampshire.

 

Margherita Pellegrino si sposa con Cruciano Buscaglia, emigra negli States alla fine del secolo e muore a Buffalo nel 1913.

 

Domenico Pellegrino, nato a Sora (Frosinone), si sposa con Matilda Pearl Gamble e muore pochi anni dopo nell’Ohio.

 

Ma allora l’arcivescovo è mio parente o no


Le inchieste dell’ispettrice Menegaux/3

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Ma allora l’arcivescovo Mingo è mio parente o no?

Precisiamo per cominciare che l’arcivescovo Mingo è un Corrado non toccato dalla Maledizione dei Corradi che demolì gran parte dei primogeniti maschi della stirpe. Egli appartiene al ramo dei Mingo di Rosolini, nel quale è il primo a portare il glorioso nome del mio – e non suo – progenitore, e per surplus di protezione non è neanche il primogenito, essendo stato preceduto da un Giuseppe che molto tradizionalmente ha poi a sua volta generato un Franzo. Potremmo anzi dire sbrigativamente che se i Mingo di Noto si sono posti sotto l’egida del loro santo patrono, quelli di Rosolini hanno scelto un martire il cui culto alberga a pochi chilometri di distanza, nel Santuario della Madonna della Scala.

Finora dunque par condicio. Uno a uno e palla al centro.

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Ribadiamo inoltre che non c’è un copyright, malgrado gli intenti accaparratorî degli uni e degli altri, più o meno in buona fede. Ossia, pur non essendo rosolinese, pur non essendo mai vissuta a Noto, pur non essendo esperta di questioni ecclesiastiche anch’io ho il diritto di parlare del vescovo. Perché? Ce l’avrei comunque perché la libertà di parola ancora non fu soppressa, ma in più mi chiamo Mingo, e dunque per rispetto verso la Famiglia, Sacro Valore Italiano, lasciatemi parlare di questo mio parente di decimo grado.

(ma non vorrei anticipare frettolosamente le conclusioni)

So che a furia di studiare la vita di un personaggio si finisce per affezionarsi a lui, per considerarlo alla stregua di un parente o di un caro amico. E a volte ci si può ingelosire se qualcuno gli rivolge delle attenzioni troppo spinte. Gli accademici possono essere molto permalosi al riguardo, ritagliarsi una sorta di esclusiva sugli autori più importanti e vietare ai giovani ricercatori di pensare a loro – proprio come farebbe un fidanzato geloso.

Esaminamo la reazione tipica di un cattedratico nei confronti di uno studioso emergente che gli presenti con giovanile ingenuità i frutti della sua ricerca su un personaggio cult, fino a quel momento appannaggio esclusivo del cattedratico stesso. Immediata costernazione, richiesta di credenziali (di chi sei allievo), sospetto di insubordinazione da parte di qualche collega malevolo, infine, una volta accertato trattarsi effettivamente di ricerca autonoma, relegamento immediato al rango di Nullità Assoluta Non suffragata dalla Cauzione di un Docente e alzata di zampa in un angolo della sala con abbondante deiezione territoriale.

Quando giunsi a Noto per la mia mission impossible – ritrovare le tombe dei miei antenati in un solo pomeriggio con 40 gradi all’ombra – mi fu annunciata da uno storico locale la pubblicazione imminente ad opera di studiosi netini di un opuscolo sul vescovo mio omonimo. Informatosi discretamente sui miei intenti, appreso che non intendevo dare alle alle stampe alcunché e che la mia ricerca riguardava non l’alto prelato ma tutto il branco di Minghioni omonimi del vescovo e miei, si tranquillizzò e mi lasciò partire per la mia missione equatoriale al cimitero di Noto.

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(Ovviamente io mi guardai bene dal rivelargli che nella nostra famiglia si intrattengono contatti epistolari con Einstein, si parla correntemente greco antico, greco moderno, spagnuolo, guaranì e un po’ di arabo e che la spinosa questione del celibato dei preti è stata già affrontata e risolta diversi lustri prima della nascita dell’arcivescovo, con sorprendenti ricadute demografiche interne e esterne).

La tentazione di fregiarsi di cotanta parentela è forte; così, in una pubblicazione sulla fondazione della Colonia Trinacria in Paraguay, i fratelli maggiori di mio nonno, Corrado e Carlo, vengono agiograficamente definiti nipoti del vescovo, effigiato a latere in beatifico candore. Ci si immagina una famiglia dagli elevati principi morali e religiosi, il distacco commovente dalla madrepatria, la benedizione dell’alto prelato sul molo al piroscafo con i nipoti e gli altri Siciliani in partenza per le Americhe…

Il problema è che difficilmente un vescovo può benedire qualcuno prima di nascere: quando Corrado e Carlo partirono per il Paraguay nel 1898, il mistico infante non era ancora su questa terra; sarebbe venuto al mondo infatti nel 1901. Possiamo tutt’al più ipotizzare che all’inizio del Novecento, muovendo i primi passi a Rosolini, egli abbia inviato oltreoceano i propri influssi benefici al suo omonimo Corrado (di Matteo) e al di lui fratello Carlo (divenuto Carlos) che impiantavano la Colonia Trinacria nei pressi di Asuncion.

Diamo per buona un’interpretazione vasta di un termine spagnolo come “sobrino”, che probabilmente abbraccia un’ampia gamma di significati.

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L’importante è essere di buona famiglia.

E noi lo fummo.

Venendo alla genealogia, che è poi l’unico discorso che mi interessa, dopo aver ricostruito quasi integralmente l’albero dei Mingo di Noto vorrei trovare la giunzione con i Mingo di Rosolini.

Il pitecanthropus.

Il neanderthal.

Per i distratti ripeto che a lungo in buona fede avevamo identificato il vescovo Corrado con Corrado Mingo figlio di Diomede, cugino primo di mio nonno Nicolò e dunque mio parente di quinto grado (il che mi avrebbe dato anche legalmente dei diritti, che so, ereditare un anellino, un paramento, una tiara, rappresentare l’uomo di fede in qualità di discendente in un raduno di Focolarine). Ma poi ho appreso con 93 anni di ritardo da una cartolina inviata dal fratello Enrico a mio nonno nel 1917 che Corrado di Diomede era perito per mano austriaca durante un’offensiva nel vallone di Castagnevizza, sul Carso, ed era lì seppellito, ad alimentare la lignée dei Corradi sfigati. E dunque verifica s’impose, e da essa risultò che Corrado Mingo arcivescovo era figlio di Franzo, a sua volta probabilmente figlio di Giuseppe o di Salvatore, cugini omonimi dei fratelli del mio bisnonno. E quindi addio eredità.

Per pura passione genealogica continuo a chiedermi dove sia avvenuta la biforcazione. Potrebbe essere un Antonino nato nel 1805, sposato con Felicia Meli, padre di un Salvatore 1830 e di un Franzo o Francesco 1835, forse fratello minore di Corrado 1804 mio trisnonno, o forse suo cugino.

Quindi l’anello di congiunzione (lo stipite in comune) potrebbe essere il mio quadrisavolo Matteo Mingo 1768, sposato nel 1803 con Giuseppa Baronello quindicenne e già morto nel 1806, che avrebbe avuto il tempo nella sua breve vita matrimoniale di lasciare non uno ma due eredi, Corrado, mio trisnonno, e Antonino, bisnonno del vescovo; oppure potrebbe essere un suo fratello, un Salvatore o un Giuseppe Mingo nato poco prima o poco dopo di lui, che avrebbe dato origine a un altro ramo. E in quel caso il progenitore comune sarebbe un ipotetico Corrado (mio quintisavolo) nato intorno al 1730, da genitori scampati al terremoto del 1693.

Nella prima ipotesi il vescovo sarebbe un mio parente di decimo grado, nell’altra, di dodicesimo.

Dico mio intendendo in senso più ampio i miei fratelli e tutti i cugini Mingo del ramo di Noto e di quello di Napoli che si trovano sulla stessa linea – nostro parente, ecc.

Per dovere scientifico aggiungo che esiste un altro Salvatore Mingo, fratello del mio bisnonno e omonimo del presunto progenitore di Franzo-Corrado, di cui si sono perse le tracce. Fino a prova contraria non posso pertanto escludere che l’arcivescovo discenda da lui (caso in cui sarebbe rilanciato il 5° grado di parentela, con la tiara, le Focolarine e tutto).

E con questo, in mancanza di dati ancora più precisi che sancirebbero un grado di parentela sicuro al cento per cento (non sono esclusi aggionamenti, in genealogia possono sempre giungere nuove notizie), la mia trattazione può ritenersi per ora conclusa.

Mi obietterete che nulla ho detto sulla figura dell’arcivescovo Corrado, sulla sua militanza sul campo, sui suoi ideali e sulle sue virtù; mi scuso per questa mia mancanza, ma preferisco umilmente che tali discorsi restino appannaggio di persone più competenti, per la gratitudine della colf che non dovrà poi passare straccio e candeggina negli angoli; da parte mia, ho esordito due pagine fa con una domanda (“è mio parente?”) e ad essa penso di aver dato esauriente risposta.

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Se ci fosse un Santo Mingo

Le inchieste dell’ispettrice Menegaux/2

Se ci fosse un Santo Mingo


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Se ci fosse un Santo Mingo avrei conferma dell’esistenza di un altro ramo nordamericano della mia famiglia.

Per via intuitiva.

Sul sito di ancestry c’è una Mingo Clara Salvatrice, nata nel 1881 e emigrata in America da ragazza o da bambina, sposata a sedici anni a New York con Mariano Mistretta, da cui ebbe una decina di figli.

Salvatrice risulta nata in Sicilia, a Palermo.

All’inizio ho pensato a un nome mal trascritto, a una finta omonimia. I Mingo in Sicilia sono pochissimi, tutti in provincia di Siracusa.

Ho anche provato a contattare uno dei discendenti, responsabile di uno dei numerosi alberi in cui Salvatrice figura come antenata, per chiedergli se ha notizia del nome dei suoi genitori.

Ma niente.

(in compenso ho provato l’ebbrezza di corrispondere in inglese, lingua a me ostica, con un veterano del Vietnam, appunto il marito di una delle discendenti di Salvatrice).

Quindi l’ho dimenticata per un po’.

Poi il colpo di scena, inaspettato, dal centro genealogico dei mormoni.

Ho già detto che sono tranquilli, i mormoni, che condividiamo questa ossessione per gli antenati, che per loro è un dovere religioso, per me un’impellenza sotto un’altra forma, fatto sta che hanno molto materiale e sanno come accedere ai documenti.

Ho chiesto di fare ricerche sul mio bisnonno Matteo e sui suoi otto fratelli e sorelle, tutti nati a Noto da Corrado Mingo (nato a Noto nel 1804) e Gioacchina Monteforte (nata a Siracusa nel 1809).

Ma a Noto Matteo Mingo non c’è, risulta nato a Siracusa.

E a Noto non risulta il matrimonio dei suoi genitori, ma quello di Corrado Mingo e Serafina Bordonali, sposati nel 1827, lui 23 anni, lei 18.

Corrado risulta figlio del fu Matteo Mingo e di Giuseppa Baronello. I miei quadrisavoli.

Serafina risulta figlia di Santo Bordonali e di Salvatrice Mecca.

Il bisnonno Matteo, primogenito di Corrado Mingo e Gioacchina Monteforte, era nato nel 1833.

Non ci sono un miliardo di Mingo a Noto.

Quel Corrado nato nel 1804 è sempre lui, il mio trisnonno, e suo padre Matteo nato presumibilmente verso il 1780 e già defunto nel 1827 è sempre lui, il mio quadrisavolo.

Ergo, il mio trisnonno si è sposato due volte.

La prima nel 1827 con Serafina appena diciottenne.

La seconda nel 1830 con Gioacchina, mia trisnonna. E nel 1831 è nata la primogenita Agnese, sorella maggiore del bisnonno Matteo.

Che cosa è successo tra il 1827 e il 1830?

Probabilmente Serafina si è ammalata ed è morta. E il trisnonno si è risposato.

Fin qui al limite nulla di strano, a quell’epoca accadeva di morire, di restare vedovi e di risposarsi.

Ma perché non c’è nessuna traccia di tutto ciò nella memoria familiare?

E se Serafina fosse morta per cause indicibili? di morte violenta, o impazzita, o suicida in un pozzo?

E se fosse morta di parto?

Se ci fosse un primo figlio abbandonato, trascurato o nascosto del trisnonno Corrado? (o anche più di uno…)

In quel caso questo Fantamingo sarebbe nato tra il 1828 e il 1830 e, visto che la memoria familiare non ne parla, sarebbe stato allevato dalla famiglia materna: nonno Santo e nonna Salvatrice.

E cosa c’è di più naturale che dare alla propria figlia il nome di una nonna adorata che ha saputo sostituire una madre troppo presto scomparsa?

Così Salvatrice Mingo. Figlia di Santo Mingo, perché il bambino rifiutato dal padre, che non voleva o non poteva occuparsene, era stato chiamato come il nonno materno.

Siamo nel campo della supposizione, continuiamo a immaginare.

Perché a Palermo? I Bordonali si trasferirono. Oppure i documenti riportano Palermo perché la nave era partita da lì, l’importante è che stiamo parlando di una Mingo nata in Sicilia.

Perché 1881, cioè nata da un padre più che cinquantenne?

Non è impossibile, c’è chi si sposa tardi.

Può darsi che la vera data di nascita di Salvatrice sia antecedente. Sui documenti dell’epoca c’era una certa approssimazione, e poi magari per emigrare in America era condizione preferenziale essere minorenni. Forse i piccoli erano accettati più facilmente.

Salvatrice era forte, ha avuto dieci figli ed è morta nel 1960. Magari quando è morta invece di settantanove anni ne aveva ottantacinque o novanta.

Del matrimonio del trisnonno Corrado con Gioacchina non c’è traccia a Noto; si saranno probabilmente sposati a Siracusa (dove ci sono ancora oggi dei Monteforte).

Il bisnonno Matteo e la sorella maggiore Agnese sono nati a Siracusa, dove Gioacchina poteva contare sull’aiuto della propria famiglia.

Ma è certo che storicamente i Mingo risiedono a Noto: tra i fratelli di Matteo visse a Noto l’agronomo Diomede, sindaco della cittadina nel 1917, studioso e finanziatore a distanza del progetto “Colonia Trinacria” in Paraguay; come visse a Noto il fratello Teodoro, ingegnere, che fu preside dell’Istituto Raeli dal 1907 al 1923.

Nulla so delle sorelle Agnese e Gaudenzia, se si siano sposate e che cosa abbiano fatto nella vita. Mi interesserebbe arricchire la ricerca, purtroppo quasi sempre al maschile, con uno spaccato sull’intelligenza femminile minghesca. Anche le due figlie femmine di Diomede, Bianca e Nerina, quest’ultima sposata con un certo Italo de Feo (solo un omonimo del famoso intellettuale), se avessero dei discendenti mi piacerebbe contattarli, è un cognome ancora relativamente raro (mentre i Lopresti, discendenti dei Pellegrino dall’altro lato dell’albero, sono una schiera: più di un migliaio solo a Catania! Come dire un ago nel pagliaio…).

Poi c’è Salvatore, omonimo di un cugino, il cui caso tratterò a parte, perché l’omonimia inserisce nuovi elementi di ambiguità. Uno dei due si sposò con Rosina Arancio da cui nacque Franzo, che si trasferì nell’Italia del Nord dando origine a un altro ramo (quel Corrado Mingo nato a Domodossola o a Vimercate che ha cercato di ritrovare i suoi avi, ma è morto prima che le sue radici ritornassero a lui sotto la forma della petulante insistenza dell’ispettrice Isabelle Menegaux, indagatrice caterpillar e Grande Spam Universale della Genealogia).

Poi c’è Giuseppe detto Peppino, forse un omaggio alla nonna Giuseppa Baronello, sposato con Dorotea e anche lui padre di un Corrado.

Poi Ottavio, frate domenicano alquanto intemperante – ma l’importante è che i panni sporchi si siano lavati in famiglia.

Infine il bisnonno Matteo, a cui dedicherò un capitolo a parte.

Mi giunge dall’America una foto di Salvatrice Mingo ai primi del 1900 con marito e figli.

I dieci ragazzi Mistretta, un piccolo spaccato di di Little Italy. Bellezze dal fascino meridionale con cui ho forse un po’ di sangue in comune.

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Non so se siamo davvero parenti, ma ogni tanto è bello inseguire un sogno, e allora pubblico anche la loro foto nel mio blog.

La vera storia di San Franzo e dei Corradi sfortunati

Le inchieste dell’ispettrice Menegaux/1

La vera storia di San Franzo e dei Corradi sfortunati

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… e così, come la storia del Cristo mistico sotto la porta Uzeda a Catania comincia dal 1941, quando il quadro fu colpito dalle schegge di un bombardamento, la storia di San Franzo, martire protocristiano, inizia alla fine del 1600, quando la sua spoglia fu portata dalle catacombe romane al santuario siciliano della Madonna della Scala, nei pressi di Noto.

Qui il santo fu accolto con rispetto e venerato, e molti bambini portarono da allora il suo nome.

Dunque nessuna ascendenza germanica (ma da dove veniva poi, questo San Franzo?), ma un nome esportato e attecchito in fretta, sull’onda dell’entusiasmo per il nuovo martire.

In famiglia la mamma di Ottavio e Dorotea, che aveva sposato Corrado nel 1924, si chiamava Franza. Ma a lei questo nome declinato al femminile non piaceva, sosteneva di essere stata battezzata Isabella in chiesa e si faceva chiamare Lillina.

Quando nacque sua figlia, Ottavio decise di chiamarla Isabella.

Nello stesso istante, a mille chilometri di distanza, un suo cugino di sesto grado nato a Catania nel 1920, forse mai visto o forse nebulosamente incrociato da bambino una volta o due in una casa familiare, decideva di dare lo stesso nome alla figlia che avrebbe avuto con Annamaria. Il nome era completamente nuovo in famiglia, ma i due sposini in viaggio di nozze a Collalbo nel Renon avevano conosciuto in albergo due bambine, Ilaria e Isabella, e avevano immediatamente stabilito che la loro prima figlia si sarebbe chiamata Isabella.

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Per molti anni le due cugine di ottavo grado vissero da perfette estranee, convinte di una fortuita bizzarra omonimia, coltivando un’illusione di unicità nei loro Mondi Paralleli.

Tornando a Franzo, o meglio a Franza, una frettolosa e comoda associazione mi aveva indotta a credere che i vari Franzi di Rosolini discendessero dal ramo di Noto, appunto via Franza.

Ma in realtà si tratta di un ramo che si era già diramato qualche generazione prima, da un secondo o terzo figlio di Matteo Mingo 1768 (Antonino 1805 – probabilmente fratello minore di Corrado 1804 – padre di un Salvatore 1830 e di un Francesco o Franzo, 1835) o da un suo fratello o cugino (un ipotetico Salvatore, o un Giuseppe, nati fra il 1760 e il 1775).

Mi aveva tratto in inganno la prosecuzione contemporanea del nome Corrado in entrambi i rami della famiglia, come a voler celebrare un antenato comune.

Ma a pensarci bene nel ramo di Rosolini questo nome è apparso (o riapparso) molto tardi, e non è poi in fondo il nome del santo protettore di Noto?

L’inchiesta è ancora aperta.

E infine, non porterà mica sfortuna questo nome?

Corrado Mingo, 1804, primo figlio di Matteo e Giuseppa Baronello. Sua madre ha sedici anni quando lui nasce; a diciotto perderà il marito. Figlio unico – o primogenito con uno o due fratelli – rimasto precocemente orfano, Corrado si sposa presto, a ventitrè anni, con Serafina Bordonali, o Bordonaro, ventenne. Ma qualcosa di tragico accade, perché dopo tre anni Corrado si risposa con Gioacchina (Tina) Monteforte, anche lei ventenne ma di solida tempra, da cui avrà nove figli nell’arco di una ventina d’anni.

Che fine abbia fatto Serafina Bordonali nessuno lo sa. Sui registri del cimitero di Noto non figura negli anni dal 1827 al 1830, e non figurano nemmeno eventuali figli nati morti da questo primo matrimonio del mio trisnonno. Nel 1828 le cronache locali parlano di un’epidemia di tifo, e in un paese in provincia di Agrigento altri due Bordonali, padre e figlia, perdono la vita quasi contemporaneamente (sito ancestry).

Il bisnonno Matteo, primo figlio maschio di Corrado e Gioacchina, carabiniere, conserverà la memoria sotterranea di questi eventi luttuosi e deciderà di consacrare la propria vita al servizio degli altri. Nel 1867 si distingue durante l’epidemia di colera a Favara, curando gli ammalati e contraendo egli stesso il morbo, dal quale guarirà.

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Un pallido riflesso persiste anche nella psiche di suo figlio Nicolò, che in tempo di guerra annota sul suo diario le preoccupanti condizioni di salute di sua moglie Margherita, colpita da gastroenterite e impossibilitata a nutrirsi adeguatamente per le restrizioni dell’epoca. Il nonno lamenta la disonestà dei funzionari, l’ingiustizia del governo (pur da lui appoggiato), il mercato nero, e racconta di consacrarsi all’assistenza della consorte inferma. Ma l’afflato idealistico è di breve durata, superato da ben altre envolées, così alla caduta del regime l’ipercoerente Nicolò, fascista della prima, della seconda e dell’ultima ora, indossa la divisa con il fez e tutto e si avvia a piedi per la salita di Capodimonte, dove viene immediatamente arrestato da un gruppo di partigiani e evita la fucilazione solo grazie alla presenza tra di essi di alcuni suoi alunni del Diaz, che garantiscono agli altri trattarsi di un galantuomo – magari un po’ bizzarro, ma questo la storia non lo dice.

Il nonno viene arrestato e tradotto nella fortezza di San Martino, dove resterà per diversi mesi, durante i quali i problemi alimentari della nonna passano evidentemente in secondo piano, sovrastati dall’intransigenza ideale del professore. Il suo diario riporta le varie fasi del processo, la sua ostinazione nel dichiararsi fascista e nel negare la scappatoia dell’infermità mentale offertagli per abbreviare la detenzione, il commento del giudice americano sugli altri italiani voltagabbana…

Per questo episodio il nonno resterà per diversi anni senza stipendio, ecc.

Ma torniamo ai Corradi.

Tutti i figli di Corrado Mingo 1804 hanno voluto dare ai loro primogeniti il nome del genitore, nell’intento di tramandare la memoria dell’antenato nella discendenza. Con sei figli maschi e con la capacità riproduttiva epocale e familiare tutto avrebbe lasciato prevedere un moltiplicarsi esponenziale dei Mingo in generale e dei Corradi in particolare nell’arco dei secoli successivi.

Ma le cose andarono ben diversamente.

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Non è vero ma ci credo

Il primo Corrado, figlio di Matteo, dall’albero familiare risulta nato nel 1870 a Favara, dopo la terribile epidemia di colera durante la quale il bisnonno si distinse per l’abnegazione nella cura agli ammalati, al punto da essere citato nel sito locale “gensfavara”, da cui ho desunto la notizia. Il sito ha un settore dedicato alla genealogia delle famiglie favaresi, ma stranamente Corrado Mingo da Matteo e Crocifissa Florio Bongiovanni risulta irreperibile all’anagrafe locale, nel 1870 e negli anni precedenti e successivi.

Nelle cronache familiari quello che tende a mettersi in mostra è sempre il secondogenito Carlo, che muterà il suo nome in Carlos quando emigrerà in Paraguay.

Anche Corrado emigrerà, in effetti lui e Carlos emigreranno insieme nel 1898, con un gruppo di 127 giovani siciliani provenienti da un’area geografica compresa tra Catania, Ragusa e Siracusa. Per la maggior parte di scolarizzazione elevata o comunque relativamente benestanti: per ottenere l’assegnazione di venti ettari di terra – condizione preliminare per partecipare all’impresa – bisognava versare una somma di cento lire. I partecipanti dovevano inoltre disporre di seicento lire da investire sul posto. Un contratto fu stipulato a tal fine prima della partenza nello studio dell’avvocato Di Stefano Paternò a Catania. Fra gli emigranti figurano anche alcuni lavoratori manuali, la lista elenca meccanici, sellai, falegnami, ferrari, carrettieri, macellai, ebanisti, scalpellini, calzolai, muratori, ma ci sono anche avvocati, farmacisti, insegnanti, ingegneri, agronomi… fra gli emigranti c’è il dottor Giuseppe Caldarera, medico della Real Casa, c’è anche il sacerdote Bartolomeo Giarratana, professore di lettere. Corrado Mingo è farmacista e ha servito nel regio esercito come ufficiale medico.

Definito come un tipo dal carattere schivo e riservato, Corrado trova in Paraguay la situazione ideale per eclissarsi, avendo messo l’Oceano tra sé e le pressioni familiari. In un quadernetto di appunti con un piroscafo su paesaggio lunare dipinto a mano in copertina il terzo fratello, Enrico, riporta la cronaca dei primi mesi dell’impresa della Colonia Trinacria, riferendo in stile telegrafico gli argomenti principali della corrispondenza scambiata con Carlo. Alle notizie sull’insediamento, l’accoglienza del console, l’invio di denaro e di pubblicazioni scientifiche da parte dello zio Diomede, si alternano interrogativi dapprima stupiti, poi preoccupati, infine stizziti sul silenzio di Corrado. “Corrado perché non scrive?”, “Nessuna lettera di Corrado”, “Inviata lettera a Corrado esortandolo a dare notizie a papà”, “Comportamento ostile di Corrado”, ecc.

Dobbiamo precisare qui che al nome dell’antenato Corrado il bisnonno Matteo aveva affiancato per il suo primogenito anche quello di Carlo: Carlo Corrado Mingo. Ma la corrispondenza familiare ne parla solo come Corrado. Questo nome (Carlo) doveva avere un’importanza particolare per il bisnonno, che lo replicherà per il secondogenito. Così, dopo un Carlo Corrado Mingo, ci sarà un Carlo Mingo, il che provocherà anche una certa confusione nei certificati, con un’attribuzione altalenante delle date di nascita dei due fratelli e dei loro titoli di studio.

Nell’albero genealogico figura un solo Carlo, De Franchi o De Franchis, nato intorno al 1750, nonno materno di Gioacchina Monteforte, madre di Matteo. Non escludiamo nulla a priori, questo bisnonno potrebbe essere stato importante per Matteo, aver accompagnato i primi anni della sua infanzia o essere stato evocato positivamente nel ricordo di Gioacchina; come può darsi che questo nome rappresenti un omaggio a un’altra persona, o a un’idea: il nome di un condottiero, un pensatore, uno statista… sappiamo quanto fossero idealisti i Mingo.

Ma per Carlo Corrado questo doppio nome doveva essere fonte di conflitto, non si sentiva né un Corrado né un Carlo, essendo seguito nella fratria da un secondogenito narcisista e intraprendente che si chiamava Carlo – nome su cui quest’ultimo aveva quindi pieno diritto – e che si comportava in tutto e per tutto come un primogenito – cioè come un Corrado -; così il fratello maggiore Carlo Corrado finì per vivere nell’ombra.

Molti interrogativi aleggiano ancora su questo antenato, il cui soma minghesco nell’unica foto da adulto che ci è pervenuta dovrebbe dissipare una parte dei dubbi, che pur sussistono: perché a Favara non risulta il suo atto di nascita e risulta invece nel 1868 un Corrado Bongiovanni da Crocifissa Florio – sua madre! – e Rosolino Bongiovanni ? Il bisnonno Matteo ha sposato Crocifissa in seconde nozze e ha aggiunto al nome di Corrado quello di Carlo, destinato al suo primogenito? O il bambino è stato chiamato Corrado perché era in realtà figlio di Matteo? E in quel caso, che fine ha fatto Rosolino Bongiovanni? Non sarà mica morto in modo misterioso e accidentale poco tempo dopo nelle campagne attorno a Favara? E infine, non sarà mica irriguardoso verso gli antenati scoperchiare un tale calderone?

Meglio non perseguire lo scoop a tutti i costi, quindi in attesa di dati più ufficiali per ora ritiro l’illazione e mi limito a pensare che si tratti di omonimia (i Bongiovanni sono una famiglia molto estesa).

Certo è che questo primo Corrado visse in modo schivo, ridusse quasi a zero i contatti con la famiglia rimasta in patria e quasi a farlo apposta ebbe solo discendenti donne, in modo da tramandare solo marginalmente il cognome, secondo la moda ispanica.

Il secondo Corrado in ordine di tempo non ebbe un destino più felice, nascendo anagraficamente dal mite Peppino a cui il fratello maggiore Ottavio, frate domenicano, aveva presentato una giovinetta di buona famiglia di cui era precettore. Celebrate le nozze, la sposina fu presto in dolce attesa. Il bambino nacque piuttosto prematuro eppure ben formato e in ottima salute, Peppino si insospettì e poco dopo averlo dichiarato come suo figlio comprese che sua moglie era già incinta al momento delle nozze e ebbe ben presto l’orrenda certezza che il maleficio era stato opera di suo fratello frate. Per non dare scandalo i familiari gli consigliarono di seguire l’esempio evangelico del suo santo protettore, ma Giuseppe non volle accettare il suo karma di padre putativo e chiese il divorzio da Dorotea.

Corrado crebbe ben educato e anche amato dalla madre e dal vero padre, ma fu inevitabilmente marginale e non potè incarnare a testa alta la prosecuzione della stirpe, se non altro per lo scandalo che rappresentava nel 1870 un divorzio, anche se ben celato sotto pretesti di incomprensione e disaccordo coniugale.

Non è vero ma ci credo

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Il terzo Corrado nasce intorno al 1880, da Diomede Mingo e Clorinda Ambrosoni. La famiglia è patriottica, il padre ha scelto la ferma prolungata, otto anni di servizio militare, e i figli seguono il suo esempio e servono nell’esercito: Guglielmo, il più giovane, che diventerà poi generale dei bersaglieri, è prigioniero degli austriaci durante la prima guerra mondiale; Corrado, capitano dei mitraglieri, si batte sul Carso, dove muore colpito da una granata austriaca nell’agosto del 1917. Lo seppelliscono nel vallone di Castagnevizza, nei pressi dell’Hermada.

Il suo nome è sul monumento ai caduti di Noto, dove c’è anche una strada dedicata a lui.

Pas de chance, direbbero i francesi. Ma c’è un quarto Corrado, nato nel 1897, figlio di Teodoro Mingo e Mariannina Tavana. Ragazzo cagionevole, allevato all’ombra delle due sorelle maggiori, decide di impegnarsi nell’avventura coloniale ma contrae una malattia tropicale e muore nel 1920. La sua spoglia viene riportata in patria e inumata nella cappella di famiglia.

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Restano gli eventuali discendenti di un altro fratello del bisnonno, Salvatore Mingo, che probabilmente si allontanò da Noto per cercare fortuna. Di lui non si hanno notizie e se ci fu da parte sua un Corrado anche di lui si sono perse le tracce, il suo gene siculo stemperato tra le nebbie del nord o d’oltreoceano.

Citerò infine un Corrado Mingo del ramo di Rosolini, presumibilmente della generazione di mio padre, figlio di un Franzo emigrato al nord, che cercò un contatto su Ancestry per ricollegarsi alle sue origini e morì prima che potessi raggiungerlo. In qualche modo sfortunato anche lui.1 Le inchieste 1-La vera storia di San Franzo e dei Corradi sfortunati con immagini_html_557d97e1

Per concludere, a Noto invece dei dodici, ventiquattro o trentasei Corradi che l’antenato Mingo prevedeva di propagare ne resta uno solo.

Non vi dirò da chi discende. Quello che conta è che, a differenza dei suoi omonimi predecessori, gode di ottima salute e non sacrificherà la sua preziosa esistenza per un ideale vano.

Dopo secoli di vane chimere, i Mingo entrano nell’era della concretezza.

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Alla fine del tour chi preferire

Alla fine del tour chi preferire?

(Blues)

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Alla fine del tour chi preferire? La saggezza di Cristoforo, padre-padrone, che per non dividere la proprietà impedì alle figlie di sposarsi? Quella di Ottavio, frate impenitente, che visse al suo ritmo e si assicurò una discendenza? Dei gloriosi Mingo di Noto resta solo una cappella che comincia a andare in rovina. Gli unici che conservano il cognome a Noto sono i discendenti del reietto Corrado, seppellito in disparte in un’altra zona del cimitero perché figlio della colpa. A che valse il prestigio sociale del preside Teodoro che fece edificare una cappella per sé e per i suoi, a che valsero l’ingegno e il patriottismo di Diomede, che perse il figlio primogenito in guerra, se ora più nessuno resta, e Bianca figlia di Diomede è stata estumulata e trasferita in un ossario comune per liberare un loculo che nessun familiare ha reclamato, e Achille anche lui figlio di Diomede è in una cappella pericolante e puntellata a cui non si può accedere?

Nessuno più si ricorda di Corrado e Gioacchina che iniziarono la stirpe; dei loro nove figli resta solo el niño con cola de puerco, che inaspettatamente ha resistito alla maledizione, è sopravvissuto e si è rafforzato, e ora ride di tutti i moralismi.

Mentre a Nicolosi, dove pure il cognome Montesanto si sta estinguendo per mancanza di discendenti maschili, la tomba è ben intrattenuta e l’orgoglio del cognome persiste.

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Cristoforo Montesanto che sopravvisse a se stesso

Cristoforo Montesanto che sopravvisse a se stesso

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Ho visto la lapide e l’ho fotografata, non ci possono essere dubbi: il mio pro-prozio Cristoforo Montesanto è nato nel 1856 ed è morto nel 1945, quasi novantenne. La sua leggendaria energia gli è valsa mezzo secolo di dominio incontrastato sull’Etna. Fino al 1938-39 accompagnava anche due gruppi al giorno sul vulcano, cioè faceva la strada quattro volte, due a salire e due a scendere.

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Ma dall’archivio di Catania mi è arrivato il suo certificato di nascita, insieme a quelli della sorella Lorenza, mia bisnonna, e del fratello Giuseppe, sacerdote, morto in giovane età.

Dal certificato Cristoforo risulta nato sei anni prima, nel 1850.

A volte, si sa, ci sono errori nella trascrizione, o ritardi nella denuncia della nascita di un neonato.

Non è infrequente il caso di bambini dichiarati anche parecchi mesi dopo la nascita.

Ma dichiarare un neonato sei anni prima non credo che sia possibile.

Un bluff di Salvatore e Maria Stella? Il certificato attesta: ci è stato presentato/ secondoché abbiamo ocularmente riconosciuto/ un neonato. I genitori decidono di dare allo infante il nome di Cristofalo. E accanto, nella parte riservata al battesimo, il bambino è registrato come Barbagallo (cognome della madre) come sulla tomba.

Un primogenito omonimo morto prima di lui? No, perché il primogenito era Giuseppe, nato nel 1847.

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Un altro Cristoforo defunto da piccolo? All’archivio non ce n’è traccia.

Un errore nella trascrizione dell’anno? No, perché l’età dei genitori corrisponde. Anche confrontando con gli altri certificati, quelli dei fratelli.

Resta da capire che cosa abbia spinto Cristoforo ad abbassarsi l’età. Un indizio arriva dal sito del Cai di Catania:

“nel 1927, a 71 anni, ben oltre i consueti limiti di età, a causa della vigoria del personaggio, Cristoforo Montesanto cede il posto di capo delle guide ad Alfio Barbagallo, che lo aveva affiancato dai 65 anni in poi, età in cui in genere le guide vanno in pensione”

Aggiungendo sei anni scopriamo che l’imponente e irascibile normanno è stato capo delle guide fino a 77 anni.

L’inossidabile Cristoforo…

Uscendo dal cimitero converso con un signore che vende i fiori. Si chiama Di Stefano e mi racconta di essere stato un campione sportivo, ciclista e maratoneta. Quale luogo migliore di Nicolosi, con tutte quelle strade in salita verso il vulcano, per allenarsi a uno sport di resistenza?

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Gli espongo i motivi della mia visita, il ritrovamento dei miei avi Montesanto, e lui mi dice di averlo conosciuto il Cristoforo, alto e rosso di capelli, lo sguardo fiammeggiante. Se lo ricorda in campagna, durante le raccolte, quando i ragazzini del luogo davano una mano per le olive. Un uomo dalla forte personalità, autoritario…

Chiedo al sig. Di Stefano quanti anni ha, mi risponde che è del 1945.

Anno in cui Cristoforo Montesanto decedeva.

Gli dico che non è possibile che lo abbia conosciuto, è morto l’anno della sua nascita.

Insiste, dice che se lo ricorda, che era un personaggio indimenticabile.

Memoria filogenetica?

Presenza diabolica che sopravvive al proprio trapasso corporeo?

Sul pullman per Catania medito sul segreto di quest’avo leggendario, la cui presenza continua ad aleggiare sui luoghi settant’anni dopo la sua scomparsa.

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