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Cronologia dei traslochi

Cronologia

Cronologia dei traslochi

 

 

 

La casa storica dei Pellegrino si trovava in via Redentore 4, a Catania, ed era stata costruita nella seconda metà dell’ottocento dal trisnonno Giuseppe Pellegrino. Nel 1858, alla morte di Maddalena Rapisarda, moglie del quadrisavolo Giovanni, i Pellegrino abitano ancora nella casa precedente, nella strada Faraone. Nel 1882, alla morte di Giovanni, sono già a via Redentore.

La nonna Margherita si sposa con il nonno Nicolò Mingo nel dicembre del 1913. Enrico, Archimede e Laura nascono a via Redentore. Nel 1920 la casa viene venduta, con terreno, annessi e pertinenze, per la somma di lire trentaseimila; i Mingo-Pellegrino conservano il diritto di abitare in uno degli appartamenti fino all’estate 1922; lasciato il quale, per un anno la famiglia va in affitto in via degli Archi (oggi via Salvatore Tommaselli), all’angolo con via Androne, in un palazzo signorile, dove il nonno tenta di aprire una scuola privata, ma il progetto naufraga rapidamente per mancanza di alunni.

Nell’autunno del 1923 si trasferiscono in una casa più modesta, a Cibali, alla periferia nord di Catania, in via Lorenzo Torrisi (oggi via Volturno), traversa della via Susanna che terminava in campagna. Dietro la casa c’era la campagna, si vedeva l’Etna. Lì dopo pochi mesi nacque Beatrice.

I Mingo-Pellegrino restano nella casa di Cibali per tre anni, dal 1923 fino al 1926,

durante i quali il nonno, laureato in farmacia, insegna come supplente a Catania nei licei Cutelli e Spitalieri e il pomeriggio lavora in farmacia, la Farmacia della Croce Verde, in via Vittorio Emanuele, che gestisce con l’amico Ettore Forziano. La bisnonna Crocifissa con la prozia Lucia abita a Picanello (Picaneddu), nella villa Vezzosi.

La farmacia non rende e le supplenze sono saltuarie, così nel nel 1926 il nonno fa il concorso per l’insegnamento di Scienze naturali e Chimica ed ottiene la cattedra a Trapani, al liceo Ximenes.

A Trapani restano per due anni, poi nuovo trasloco nell’autunno del 1928, dal clima tropicale di Trapani al freddo gelido degli Abruzzi, all’Aquila, dove resteranno fino al 1933.

Nel 1933 vanno a Catanzaro, dove il nonno insegna all’Istituto tecnico Grimaldi. Nell’autunno del 1938 il nonno viene trasferito a Napoli, al Diaz.

 

 

La famiglia abita nel centro storico, in via Mariano Semmola, oggi via Benedetto Croce, in un palazzo poi abbattuto a seguito dei danni dei bombardamenti, un edificio a L che ha una facciata su piazza del Gesù (allora piazza Oberdan) e l’altra su via Benedetto Croce, che ingloba l’arco di Santa Chiara.

Si trasferisce poi dopo un anno o due in via San Sebastiano 57, all’ultimo piano, per tutta la durata della guerra e fino ai primi anni sessanta. E’ un palazzo antico senza ascensore, dal confort rudimentale ma molto poetico, con un terrazzo panoramico da cui si vedono il campanile di Santa Chiara e San Martino.

Nel 1949 Archimede conosce Annamaria, con cui si fidanzerà nel 1950. Si sposeranno nel 1957 e andranno ad abitare al Vomero, in via Caldieri (allora Prolungamento di via Rossini) e poi in via Rossini, con vista sullo stadio Collana.

Negli anni sessanta anche il nonno, la nonna e zia Stella si trasferiscono al Vomero, a via E.A.Mario, in un palazzo moderno, con ascensore, più comodo ma certamente meno poetico rispetto alla casa di via San Sebastiano. In questa casa festeggeranno i 40 anni di matrimonio nel 1963 e finiranno i loro giorni a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra nel 1972.

 

La lapide disortografica e la bisnonna senza nome

 

Il mio defunto vicino Alfredo Giangaspare era un vero personaggio a Riardo, suonava la tromba nelle feste di piazza e aveva sempre la battuta pronta. Rimpiango di non aver registrato negli ultimi mesi della sua scoppiettante esistenza una ninnananna vorticosa che cantava al più piccolo dei suoi nipoti,  arcaico-truculenta con contaminazioni bandistiche. Alla sua morte il paese lo salutò con funerali memorabili, musica e un enorme corteo, e sulla tomba gli amici misero un alberello piegato in forma di chiave di violino.

Un giorno in cui avevo l’autostima a zero per un trapianto di ortaggi malriuscito nel giardinetto domestico, Alfredo mi consolò con una massima: “Solo chi non fa niente non sbaglia”.

Di questa massima ho trovato poi su internet diverse varianti: “Chi fa falla, e chi non fa sfarfalla”, “Chi fa molto sbaglia molto”, e persino una versione spagnola, “Solo el que no hace nada no se equivoca”. Ma solo recentemente ho potuto apprezzare la profondità filosofica della frase di Alfredo, quella spinta alla contaminazione nell’azione che sola garantisce un intervento fattivo sul reale, senza il quale ogni intenzione, sia essa la più nobile, elevata o avveniristica, resta nel puro ambito della potenzialità. Inespressa, e pertanto inefficace.

 

 

Sono andata al cimitero di Catania alla ricerca delle tombe dei bisnonni. Un blitz di tre giorni prima del pantano lavorativo autunnale. La visita è stata preceduta da una fase preliminare di martellamenti via mail, fax e telefono ai vari uffici preposti, con brutale ostinazione – questa derivantemi probabilmente dal ramo calabro, eredità materna – per vincere l’elusiva e fantasiosa accidia dei funzionari e costringerli infine a tirar giù dallo scaffale i preziosi registri.

Ho trovato così la tomba dei bisnonni Mingo, Matteo e Crocifissa, in una delle confraternite antiche che costeggiano il muro ovest del cimitero. Secondo l’uso ispanico in voga ai primi del novecento Matteo è registrato con il doppio cognome, quello del padre e quello della madre, e risulta quindi Matteo Mingo Monteforte; ma la cosa veramente strana è che sulla lapide c’è un errore di ortografia, invece di Mingo c’è scritto Minco, con la c.

 

 

In una qualsiasi altra famiglia questo errore potrebbe sembrare banale e quasi passare inosservato; nei cimiteri francesi e belgi ci sono decine di Peppini italiani trasformati in Guiseppe, con la u prima della i, perché in francese la combinazione g-i-u non esiste e Guiseppe ha un’ortografia meno esotica, può ricordare Guy, un equivalente francese di Vito.

Non me ne vogliano i discendenti dei vari manovali e minatori italiani che riposano all’estero sotto lapidi dal nome storpiato, ma un errore di trascrizione così grossolano è veramente inconcepibile nella nostra famiglia.

Non perché siamo perfetti, ma perché abbiamo un senso critico molto spiccato.

 

 

Mio nonno Nicolò leggeva ai primi del secolo una rivista anarchica, L’Università Popolare, fondata a Mantova da Luigi Molinari sul modello di un’analoga rivista francese, a sua volta animata a Parigi da Daniel Halévy.

Me ne sono pervenuti una decina di numeri, annata 1905 – 1906.

Mi sono chiesta come mai il nonno, uomo di convinta fede fascista, possedesse in gioventù delle riviste che affermavano l’emancipazione della classe proletaria, l’alfabetizzazione delle donne ecc.

Poi ho notato la presenza sulla rivista di qualche contributo scientifico, articoli su “La ricerca della luce fredda” o “Le prove del trasformismo – esposizione popolare della teoria darwiniana” , che certamente potevano interessare allo scienziato Nicolò.

Inoltre la rivista pubblicava a volte dei testi di uno dei più “sociali” tra gli artisti dell’epoca, il poeta catanese Mario Rapisardi. Il 1 maggio 1905 un ampio spazio viene dedicato al suo poemetto “Leone”, ambientato in Russia, con protagonisti che si chiamano “Vlademiro” e “Sofia”. Ricordiamo che il Rapisardi era autore tra l’altro del poemetto in versi “Lucifero”, che gli valse la scomunica e il divieto di sepoltura in terra consacrata. Provocazione, anticlericalismo, retroterra siculo… ci sono tutti gli ingredienti per incontrare l’apprezzamento del nonno.

 

Rapisardi era un leader a Catania; fu lui l’ispiratore della spedizione garibaldina dalla Sicilia a sostegno della Grecia nella guerra greco-turca, spedizione a cui partecipò uno dei fratelli del nonno.

Il nonno era forse in contatto con Rapisardi, di cui condivideva il metodo; a proposito dell’insegnamento, il vate catanese affermava che esso non deve addormentare la mente ma risvegliare lo spirito, principio assolutamente condiviso dal nonno, che negli anni 20 tentò di fondare a Catania una scuola privata “alternativa”; questo probabilmente spiega la presenza dell’”Università Popolare” tra le sue carte.

Ma scorrendo le pagine della rivista mi accorgo del suo spirito critico.

Accanto a una frase secondo lui mal formulata, trovo dei commenti a matita tipo “bestia!”, “ignorante”, ecc.

Stessa cosa per una sua lettura successiva, un manuale sulla teoria della relatività delle edizioni Hoepli, 1922, fittamente annotato a mano sui margini con commenti e precisazioni; le pagine che riportano l’esperimento Michelson-Morley e la sua spiegazione secondo H.A. Lorentz sono barrate rabbiosamente e ai caratteri tipografici è sovrapposta trasversalmente a matita la scritta “errato!”, e più avanti: “artifizio di tecnica per saltare una incertezza d’interpretazione mediante una congettura errata!”

 

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In una lettera del 1935 suo fratello Enrico, ufficiale medico nella marina militare, si informa sui motivi per cui il nonno ha ricevuto a scuola la visita di un ispettore: “Come ti comporti con gli studenti? Non è che li starai massacrando con il tuo sapere?”

Il nonno non ammetteva l’errore. E il suo mestiere di professore lo avrebbe messo parecchie volte di fronte all’imperfezione umana.

La stessa cosa sarebbe accaduta a diversi suoi discendenti: zia Maria, che risolveva gli incroci obbligati sulla settimana enigmistica a velocità fulminea, e che dovette lavorare in contrada Santo Janni in provincia di Catanzaro con un’interclasse di cento alunni che al termine delle lezioni andavano “azzappare” o “a pistare la faggiola”; zio Enrico, che a un certo punto si fece nominare ispettore per evitare lo snervante contatto con le classi, e così anche gli altri, molti insegnanti in famiglia, menti ellittiche frustrate dal passo di lumaca delle scolaresche, ridicoli progressi da accettare chinando il capo, per non parere troppo snob alla massa ignava e ignorante.

 

Per questo è assurdo che nessuno abbia fatto nulla per correggere l’errore sulla lapide del bisnonno.

Consideriamo le date: Matteo Mingo è morto nel 1907. A quell’epoca i figli maggiori, Corrado e Carlo, erano emigrati in Paraguay, dove sarebbero rimasti fino alla fine dei loro giorni. Enrico era ufficiale medico e non viveva più a Catania. Lucia non aveva ancora vent’anni, unica figlia femmina, era sotto tutela. Crocifissa, anche lei una donna, contava ben poco. Gli altri Mingo, fratelli minori del bisnonno, erano a Noto, ciascuno alle prese con la propria carriera e la propria sussistenza familiare. L’unico che avrebbe potuto fare qualcosa era Nicolò. Perché non è intervenuto sulla lapide?

 

Prima ipotesi: il nonno non è mai andato al cimitero. Era ateo, non credeva nella vita dopo la morte, trovava sciocco dedicare un culto ai cadaveri. Eppure in un suo diario scrive: “mio padre è seppellito nella confraternita di sant’Agata al Carcere”. Un messaggio ai discendenti, perché facciano qualcosa?

Seconda ipotesi: era troppo preso dalla sua vita, dai suoi studi, dai suoi mirabolanti progetti. Non ha avuto il tempo e lo spazio mentale per occuparsene.

Terza ipotesi: se n’è accorto, ma ha pensato che una correzione sommaria mal si addicesse alla sepoltura di un eroe garibaldino; smontare la lapide per affidarla di nuovo ad uno scalpellino era troppo complicato, così ha deciso di rimandare. A quando? A quando sarebbe morta sua madre, e tutta la lapide sarebbe stata smontata e rilavorata, ma non è cosa da auspicare o pensiero che si possa esprimere, così il tempo è passato, sono iniziati i trasferimenti, e nel 1925, quando è morta anche Crocifissa, Nicolò era ormai quasi in partenza per Trapani, prima tappa di un frenetico peregrinare che lo avrebbe allontanato per sempre dalla Sicilia natia. Sulla lapide furono aggiunti il nome e le date di Crocifissa e la scritta “coniugi”, ma non la zampa della g. Il lavoro perfetto a lungo rimandato non fu mai realizzato.

 

Possiamo presumere che dopo la tumulazione di Crocifissa la tomba sia stata completamente abbandonata, o quasi.

 

Dopo settantacinque anni, un giovedì di ottobre, una pronipote testarda è andata a fare visita ai bisnonni.

 

Un giovedì, perché le confraternite sono aperte solo i giorni pari e chiudono a mezzogiorno.

 

Ha trovato una lapide spaccata, con le scritte sbiadite, l’errore nella grafia del cognome e nessuna foto.

 

Ha toccato il marmo, ha fatto un rapido saluto agli antenati e ha promesso di tornare.

 

Il sabato, è ricomparsa con un kit da restauro.

 

 

Pennarello Staedler Lumocolor nero, indelebile su tutte le superfici;

Colla Attak;

Foto dei bisnonni stampate al volo dalla penna usb da fotografo in zona piazza Università;

Foderine plastificate trasparenti;

Fazzolettini Tempo;

Garofani bianchi, rossi e screziati.

 

Eccomi dunque in fase operativa.

Ho annunciato alla signorina in camice blu a guardia della confraternita la mia intenzione di incollare delle foto sulla lapide. Ha opposto una flebile resistenza, probabilmente sulla base di direttive anti-kitsch volte a preservare la decenza almeno all’interno delle cappelle, in quello che è senza ombra di dubbio il cimitero più tamarro d’Europa. Le ho assicurato: niente cornici giganti a forma di cuore, nessuna posa con ammiccamenti lascivi da casting televisivo, solo le foto d’epoca dei miei bisnonni. Ha scrollato le spalle e si è andata a riparare dall’umidità della giornata di pioggia nell’auto parcheggiata sul vialetto all’ingresso.

 

 

Così ho potuto realizzare la mia performance artistica sulla tomba dei bisnonni.

 

Pulizia con panno umido.

Asciugatura con fazzoletti di carta.

Primo contatto pennarello – scanalature del marmo. La scritta di Matteo, più antica, è lavorata a mano con lo scalpello. Le lettere sono irregolari e ancora un po’ umide per il passaggio del panno. Asciugo bene i margini della “c” e le aggiungo la tacca, verso l’interno in modo da imitare la grafica della “g” che è nel cognome della bisnonna sul lato destro della lapide, Bongiovanni.

Risultato perfetto, Matteo Minco è ridiventato Mingo.

Ripasso a pennarello tutta la g, poi tutto il cognome, poi il nome.

Ogni tanto sembra che il pennarello stia per scaricarsi, l’interno delle lettere è umido, ma invece no, ha una carica eccezionale, pieno di inchiostro, mi ridà il colore subito.

Ripasso il nome e cognome della bisnonna. Nei diciotto anni tra la morte di Matteo e quella di Crocifissa è arrivata la tecnologia, le lettere della lapide sul lato di Crocifissa sono incise con uno strumento meccanico, uniformi e con una scanalatura al centro, in cui è più facile passare il pennarello.

Grande calma e silenzio nella cappella, sono sola tra centinaia di morti e sto lavorando per i  miei antenati. Tempo sospeso, ci resterei volentieri tutta la giornata. E poi, il lavoro grafico mi piace.

La lapide è asciutta, apro l’Attak, l’applico sul marmo, ci premo sopra le foto nella loro foderina di plastica, perfetto, già incollate.

A questo punto dopo Matteo Mingo e Crocifissa Bongiovanni dovrei ripassare le loro date di nascita e di morte, e anche il cognome matrilineare Monteforte.

Ma si è fatto tardi, la confraternita sta per chiudere, inizio a andare leggermente in paranoia temendo che la sorvegliante mi scopra con il pennarello, e poi ci sono ancora gli altri due bisnonni da ritrovare in un’altra cappella, alle cui coordinate sono giunta due giorni prima sempre in orario di chiusura. Quest’assurdo orario di chiusura a mezzogiorno, con riapertura dopo due giorni.

E alle tre del pomeriggio ho già l’aereo per Napoli.

Ripasso ancora il pennarello nelle lettere dei nomi e cognomi, il nero entra meglio fino ai bordi.

Ammiro la perizia dello scalpellino, le esse di Siracusa sono serpentine, le emme di Matteo un lavoro di pazienza, soprattutto i vertici in basso con la risalita verso l’alto.

Metto i fiori nel vaso con l’acqua, contemplo l’opera e mi sento fiera.

 

Più tardi, rivedendo le foto, mi sembrerà tutto parziale. Avrei dovuto ripassare anche le altre lettere. Tutta la scritta.

E far stampare le foto ovali invece che rettangolari.

 

Ma intanto, meglio di niente. Per le modalità da blitz penso che non è male.

Solo chi non fa niente non sbaglia, diceva Alfredo.

 

Così dopo centotrè anni andai a Catania e corressi l’errore sulla lapide del bisnonno.

 

 

Ma la mattinata mi riservava ancora altre emozioni.

 

Ritrovare Matteo e Crocifissa non era stato difficile, avendo già avuto dal diario del nonno l’indicazione della confraternita in cui erano tumulati.

Tutto il martellamento burocratico era stato soprattutto finalizzato alla ricerca del bisnonno Francesco Pellegrino, fotografo dilettante, padre di mia nonna Margherita, a sua volta pittrice,

morto prematuramente a Catania nel 1904, e della moglie Lorenza Montesanto, dei Montesanto di Nicolosi, morta nel 1912.

 

 

 

All’ufficio Servizi Cimiteriali di Palazzo Ursino, decentrato a 1 km dal cimitero forse per scoraggiare ulteriormente le istanze del pubblico, il giovedì mattina avevo ritrovato tutta la cricca che da un mese eludeva con scuse fantasiose le mie richieste a distanza: davanti al computer l’impiegato che non mi aveva voluto dare il contatto e-mail sostenendo di non esser dotato di mezzi informatici, all’altra scrivania l’impiegata addetta ai fax alle prese con un foglio completamente sbiadito su un lato (50 per 100 di probabilità che i nomi delle persone che si cercano siano illeggibili, dipende dal verso in cui si inserisce il foglio nel fax, praticamente una lotteria): sopra di lei l’armadio con i registri d’epoca, che il suo mendace collega aveva sostenuto di non poter  consultare perché sequestrati dai carabinieri.

Dopo insistenza i registri vengono tirati giù e aperti, ed ecco, anno 1904, mese di aprile, alla lettera “P”:

Pellegrino Francesco, di Giuseppe, morto a Catania il 15 aprile 1904, seppellito nell’Ass. Catt. Gesù Giuseppe e Maria.

Nulla purtroppo sulle cause della morte, che in altri cimiteri vengono scrupolosamente annotate; a Noto ho scoperto per esempio che i miei pro-prozii del ramo Mingo sono morti quasi tutti di marasma senile, il che non ha peraltro niente di strano, visto che in parecchi hanno superato la novantina. Ma per Francesco, che ha lasciato a 44 anni la moglie e tre figli di 14, 10 e 6 anni, deve essere accaduto qualcosa di particolare, una malattia fulminante, un incidente, su cui avrei voluto saperne di più. Ma niente, la negligenza è una tradizione secolare nelle grandi città, quindi devo già esser contenta di aver trovato i suoi dati; per la bisnonna Lorenza, morta nel 1911, l’intero registro di quell’anno è sparito, e quindi dovrò cercare notizie sulla sua sepoltura alla confraternita dove è tumulato il bisnonno.

 

Ma nella cappella 1 della confraternita di Gesù Giuseppe e Maria, la più antica, non lontana da quella del bisnonno Matteo, i numeri delle lapidi sono stati cambiati due volte; la signorina in camice non ha nessuna cognizione (né tantomeno un registro) degli ospiti secolari del suo ostello, e Francesco non si trova. Dovrò recarmi nella zona nuova del cimitero, nella cappella 3, sede centrale della stessa, un gigantesco palazzone moderno in cima a una salita, per accedere ai dati del computer e alle copie dei registri del secolo scorso.

Per farla breve, a fine mattinata ottengo di poter consultare la planimetria e lo trovo, loculo 770, cappella 1, ad un’altezza vertiginosa. Ma intanto è quasi mezzogiorno e la confraternita sta per chiudere: perciò per vedere la tomba dovrò tornarci sabato, dopo il restauro alla lapide dei bisnonni Mingo.

 

 

Il sabato corro lì in chiusura e trovo la tomba. Altezza stratosferica, in linea con il personaggio, un lungimirante, un sognatore inarrivabile.

Sotto di lui una cassettiera con quattordici morti.

La lapide evoca la sua fine inaspettata, il dolore della moglie e dei figli.

 

 

Accanto mi aspetterei di trovare la tomba di sua moglie, Lorenza Montesanto.

Invece stranamente c’è una lapide in bianco. Completamente liscia.

Ma allora la bisnonna dov’è?

A Nicolosi, paese dei Montesanto, non l’ho trovata.

A Mascalucia, luogo d’origine dei Pellegrino, nemmeno.

E poi, perché avrebbero dovuto tumularla altrove? Nei registri antichi della confraternita risulta regolarmente iscritta, nella sua qualità di coniuge di Francesco Pellegrino.

Probabilmente Lorenza è lì, nel loculo accanto al suo.

Perché non c’è il suo nome sulla lapide?

Troppo tardi per telefonare agli uffici della confraternita, la cappella sta chiudendo. Ho giusto il tempo di fare qualche foto alla tomba e di rivolgere un pensiero alato all’antenato appollaiato lassù.

 

Sull’aereo per Napoli rifletto: Lorenza è morta nel 1912; l’anno seguente, la nonna Margherita si è sposata con il nonno Nicolò. Solito discorso, le donne esautorate, la giurisdizione maschile. Toccava probabilmente al nonno far incidere il nome sulla lapide di Lorenza.

Ma poi il matrimonio, la nascita dei figli, la guerra, le difficoltà economiche, la ricerca del lavoro, i trasferimenti…

Se per suo padre ha esitato a correggere l’errore di ortografia, per la defunta suocera il nonno temporeggiatore ha superato se stesso, lasciando la lapide in bianco.

 

 

 

 

 

2 Il fascino garibaldino con immagini

Matteo Mingo garibaldino

 

 

In quinta elementare il mio eroe preferito era Giuseppe Garibaldi. Le altre bambine disegnavano principesse, indossatrici, spose con lo strascico, io invece portavo dei pantaloni arancioni, un berretto rosso con visiera e decorazione dorata e in giardino giocavo alla guerra con i maschi.

Un giorno fui richiamata all’ordine dalla maestra, che mi spiegò in modo orrorifico la necessità di assumere modi più muliebri in vista dell’imminente comparsa di fiumi di sangue e altre disastrose trasformazioni fisiologiche che mi avrebbero impedito definitivamente la corsa sfrenata e il placcaggio. Mi ricacciò poi nel settore marginale del cortile, un quadratino minuscolo in cui le altre bambine saltavano compulsivamente la corda ripetendo “arancia, limone, fragola”. Dall’ebbrezza della mischia a quel passatempo da alienate mentali, da garibaldino a mandarino*(*niente a che fare con Simone de Beauvoir, solo il nome di un frutto, degradazione ad un’identità vegetale per saltare a turno con la corda), metamorfosi inaccettabile che mi precipitò verso gli anni cupi della pubertà rendendomi corazzata e sempre più cerebrale (- ma in fondo, non è questo il destino dei Mingo?).

 

 

L’attrazione per Garibaldi era puramente iconografica; nelle scuole elementari del tempo la  storia e la geografia erano uno sciorinamento di vuote formule tipo “Cozie, Graie, Pennine” e “ovini, bovini e suini” –  per gli ovini, ho a lungo creduto che si trattasse delle galline perché facevano le uova -; avevo studiato l’impresa dei Mille e lo sbarco a Marsala ma li situavo in un mondo ideale, vicino a quello delle rare serie televisive disponibili all’epoca su uno dei due (unici) canali nazionali, sul genere “Il carissimo Billy” (Leave It to Beaver) o “Rintintin”; la Sicilia, così come tutti gli altri nomi geografici, era un puro significante, senza alcun nesso con una realtà immaginabile. Sapevo che la famiglia di mio padre veniva da Catania perché i nonni tra loro – e mio padre con loro e con gli zii – parlavano siciliano, mentre a noi bambini si rivolgevano in italiano. Ma non collegavo in alcun modo la mia e la loro storia personale con quella degli animosi soldati dalle giubbe rosse e dalle chiome fluenti, se non per quel simbolo finale, la bandiera tricolore, che era la stessa che radunava folle accanite allo stadio, altro luogo di appannaggio maschile che amavo frequentare.

Le mie radici si fermavano al nonno e alla nonna, catapultati forse a Napoli dalla Sicilia natale con un’astronave, come quella che aveva portato Armstrong, Aldrin e Collins sulla luna, a imprimere la prima pedata umana sul satellite.

Non sospettavo che prima del nonno fosse esistito un bisnonno e che in quel Risorgimento del sussidiario con le illustrazioni su Cavour e i Carbonari potesse esserci stato anche lui.

Poi un giorno, molti anni dopo e in varie tappe successive, la saldatura tra il significante e il significato è avvenuta.

 

 

Tra le foto degli avi nel cassetto di mio padre c’era un vegliardo impettito con i baffi e le medaglie. Mi dissero che era il padre di mio nonno, Matteo Mingo, nato a Noto nel 1833 e morto a Catania nel 1907.

Dunque prima del nonno Nicolò c’era stato un bisnonno Matteo. Prima acquisizione.

Poi è venuta la fase genealogica, con la ricerca a 360 gradi. Su internet, sul sito “Personaggi netini”, il mio bisnonno era citato come “cospiratore animoso”, che “nella notte tra il 15 e il 16 maggio 1860 issò il primo tricolore a Noto sulla statua di Ercole”.

Restavano da spiegare però le tre medaglie.

 

 

Sono andata a Noto, ho visto la lapide che commemora l’evento (ma il nome del bisnonno non è citato, si parla genericamente di giovani patrioti netini) e sull’altro lato della piazza quella che rievoca l’impresa garibaldina che prese impulso negli stessi giorni.

Poi ho trovato una pubblicazione in cui si parla del mio bisnonno. Dopo l’impresa del tricolore (che sancì la fine del dominio borbonico a Noto) Matteo Mingo raggiunse le truppe garibaldine e combatté nella battaglia di Milazzo, in cui ci furono ingenti perdite umane nel campo garibaldino, e poi in quella di Punta del Faro, che aprì la strada al Generale per l’ingresso sul continente. Il bisnonno ottenne due medaglie commemorative e una terza al valor militare – quest’ultima non so se in quella o in un’altra occasione.

Quindi tra quegli eroici soldati dalla camicia rossa e dalla chioma scompigliata c’era anche lui, il mio bisnonno Matteo.

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Migliaia di giovani dell’appena costituito Esercito Meridionale proseguirono poi sotto la guida di Garibaldi la loro ascesa in continente, in Calabria poi in Campania, dove nello storico incontro sul Volturno il Generale consegnò i soldati al re Vittorio Emanuele, che li impiegò come ausiliari nelle truppe dell’esercito savoiardo.

Ma il bisnonno era troppo affezionato alla Sicilia natia, così dopo aver combattuto a Punta del Faro volse le spalle ai picciotti che entusiasti s’imbarcavano verso il nord e se ne tornò a Noto, evitando di commettere l’errore che sarebbe poi costato pena e sradicamento al suo ultimogenito Nicolò.

L’era borbonica era definitivamente conclusa e iniziava per lui e per altri giovani patrioti una fase di grandi speranze (riconoscimento sociale, accesso alla proprietà), che sarebbero state gradualmente deluse. Alla fine del secolo i suoi primi due figli emigrarono in Sudamerica e il terzo divenne ufficiale medico nel regio esercito.

Il quarto era mio nonno Nicolò, che peregrinò per l’Italia e venne a portare la stirpe a Napoli.

 

La mia passione per l’Eroe dei Due Mondi aveva quindi ragioni filogenetiche; la disobbedienza alla maestra rientrava in una tendenza alla rivolta che noi Mingo abbiamo nel sangue. Potrei parlare di predestinazione? Il mio viaggio in Sicilia, inconsapevolmente programmato nella settimana del 150° anniversario della nascita del bisnonno Francesco Pellegrino, dal 19 al 25 luglio 2010, ha lambito i luoghi di un altro anniversario, quello della partenza del bisnonno Matteo Mingo per la battaglia di Milazzo, dove si sarebbe battuto al fianco del mio eroe preferito il 20 luglio del 1860.

 

 

La grotta della cupidigia

 

La grotta della cupidigia

 

 

 

 

 

La nonna ci faceva leggere le vite dei santi. Prima di noi credo che le abbiano lette anche i cugini Krietsch e Bates, figli delle sorelle di mio padre, Beatrice e Laura, sposate rispettivamente con un soldato tedesco di Magdeburgo e con un ufficiale americano, conosciuti durante la guerra.

 

 

Beatrice aveva studiato il tedesco all’Orientale, prima fra le donne del ramo Mingo ad esercitare quel talento linguistico ereditario che già aveva permesso ai suoi zii Corrado, Carlos e Enrico di circolare in terre arabofone e ispanofone e a suo padre Nicolò di redigere in varie lingue le sue avveniristiche pubblicazioni scientifiche. L’iperattività minghesca era in lei aggraziata da una carica vitale positiva, da un sorriso radioso, da una curiosità di scoperta con cui affrontava gli eventi della vita. “Una farfalla che svolazzava di fiore in fiore” secondo la definizione di suo fratello Carlo. La scelta del campo fu per lei al contempo affettiva, per il legame che la univa al nonno Nicolò fascista convinto, casuale, perché fra tutte le lingue era attratta proprio dalle rudi sonorità teutoniche, e contingente per il suo desiderio di agire e di avere contatti, facilitato in quegli anni dalla “collaborazione” con l’occupante – anche lei, come il nonno, alla Liberazione avrebbe avuto qualche noia, seppur di entità minore.

 

 

 

Sua sorella Laura aveva un temperamento artistico, studiava all’Accademia; aveva ereditato il gene pittorico Pellegrino-Montesanto della nonna  ma era anche dotata di un certo senso pratico, di una débrouillardise attivata probabilmente per compensazione dall’idealismo inconcludente del nonno, che alla liberazione era stato recluso nella Certosa di san Martino per la sua professione oltranzista di fede al fascio, lasciando per vari mesi la famiglia nel’indigenza.

Archimede dopo l’armistizio era stato deportato da Bolzano con i suoi commilitoni in uno stalag tedesco dove sarebbe rimasto fino alla fine della guerra, Enrico si era sposato e aveva già il primo figlio, Giovan Battista, e  mia cugina Margherita in arrivo, Maria e Carlo erano troppo piccoli per lavorare, la nonna e zia Stella appartenevano a una generazione in cui le donne restavano in casa. Così la giovane artista siciliana si inserì nell’economia di sopravvivenza del popolo partenopeo realizzando ritratti di militari in un circolo di ufficiali statunitensi. Dalle foto formato francobollo di quell’epoca di ristrettezze ricavava quadri  50×70, applicando tecniche di ingrandimento di cui il bisnonno Francesco, pioniere della fotografia, sarebbe stato certamente fiero se non si fosse spento prematuramente. Un aneddoto familiare riferisce di un americano insoddisfatto che le scrisse un biglietto sul genere “Signor l’artista, gli ochi è tropo picolo, la facia tropo ronda” (dalla scelta dei vocaboli suppongo che in realtà fosse un canadese francofono o un americano che aveva studiato il francese), ma in genere i suoi ritratti riuscivano bene, procurandole guadagni e relazioni amichevoli con i liberatori.

 

Così conobbe zio Jim, ufficiale nell’esercito statunitense. Zia Laura aveva avuto la polio da piccola e zoppicava, ma all’epoca il fatto non rappresentava un problema significativo, avere una diversità o una cicatrice faceva parte della varietà delle possibilità della vita, anzi in un certo senso rendeva meno banali. Nella prima foto che inviò ai suoi dall’ospedale del Celio dopo essere stato ferito in Libia da una granata inglese mio padre sfoggiava con cupa fierezza il mento sfregiato.

I miei cugini Ann e Mark sono nati negli USA, in Virginia, poi per un periodo sono tornati a Napoli, dove negli anni 60 zio Jim era di stanza alla base Nato a Bagnoli. Nel mio ricordo mitico questi ragazzini alti e affascinanti dall’accento americano ci sorprendono uscendo dai finestrini

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posteriori dell’auto che si aprivano già completamente, a differenza di quelli delle goffe auto italiane di allora la cui apertura a manovella permetteva di abbassare il vetro solo fino a metà.

 

Beatrice intanto si era sposata con zio Karl. L’appartenenza agli opposti schieramenti bellici non impedì in alcun modo l’amicizia e la solidarietà tra i due cognati, al punto che alle prime avvisaglie della sovietizzazione della Germania Est e dell’edificazione del muro i Bates invitarono i Krietsch a seguirli in America, dove le due famiglie si stabilirono definitivamente.

 

Ma ci fu un periodo, prima della partenza definitiva di Laura e Beatrice, in cui tutti i miei cugini abitarono a Napoli. Klaus e Clelia sono nati qui, nel 1949 e nel 1951. Ann e Mark ci sono tornati a vivere per diversi anni, con i genitori.

 

 

Quindi senz’altro la nonna avrà fatto leggere anche a loro le vite dei santi. Ann, Mark, Klaus, Clelia, e chiaramente anche i figli di zio Enrico, Margherita, Gianni, Mario, Silvia, Eugenio, prima di disperdersi per il mondo tutti i nipoti Mingo-Pellegrino hanno interiorizzato il sottofondo religioso siciliano, l’humus originario trasmesso da nonna Margherita.

 

Gli unici che non hanno avuto quest’imprinting sono Carla e Chris, nati più tardi negli States, e Nicola, la cui alfabetizzazione coincise con la decadenza delle condizioni fisiche della nonna.

Ma magari esisterà un’altra forma di trasmissione, per interposti fratelli o filogenetica, che ha modellato anche loro sulla stessa frequenza.

 

Di queste vite dei santi ricordo un messaggio di sopportazione, eroismo, impassibilità nella sofferenza. Ricordo anche che non amavo leggere ad alta voce, leggevo a mente molto in fretta e questo alla nonna non piaceva, pensava che imbrogliassi – una prevenzione dettata forse da diffidenza verso i vulcanici Mingo, il cui esponente a lei più vicino l’aveva in qualche modo raggirata, seducendola con un’intelligenza che si sarebbe rivelata priva di ricadute positive sul desco familiare e consegnando in tal modo lei ad un destino di santità e privazione.

 

Così mio fratello Antonio, più mite e riflessivo, fu designato per la lettura ad alta voce, che lo temprò alle sfere mistiche e meditative.

 

 

A volte invece la nonna ci faceva leggere delle storie orrorifiche, sempre a sfondo morale o religioso, come quella del bambino che si rompe tutti i denti a colpi di pietre per cambiarli subito e poter fare la prima comunione. Tra queste, quella che esercita ancora oggi una morbosa suggestione su di me parlava di una grotta proibita.

 

La grotta dei tesori.

 

La grotta, sotterranea, era piena di tesori luccicanti. Oro, argento, pietre preziose, diamanti, rubini, smeraldi. I personaggi, due o tre, sapevano che non bisognava farsi accecare dalla cupidigia, che bisognava rinunciare ai gioielli e uscire in fretta, perché un rischio incombeva sugli incauti visitatori, se qualcuno avesse cercato di impadronirsi del tesoro le pareti si sarebbero richiuse su di lui in un tempo brevissimo.

 

Nel mio ricordo forse uno getta via la bisaccia e si salva, invocando inutilmente gli altri due che avidamente continuano a riempirsi le tasche, storditi dal luccichio delle pietre e dalla quantità di ricchezze.

 

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Poi con un rombo terrificante le pareti dell’antro si richiudono, inghiottendo per sempre gli avidi predatori nelle viscere della terra.

 

Nella leggenda dei Nibelunghi Sigfrido apprende dal nano Alberico che il tesoro della grotta, a cui egli solo può accedere avendo ucciso il drago, è latore di sventura per chi lo sottrarrà. Riflette sulle invidie e sui rischi a cui lo esporrebbe il possesso di tali ricchezze e lo lascia lì, anzi no, porta via solo quello che una piccola bisaccia può contenere.

Un invito quindi non alla rinuncia e all’ascetismo totale, ma alla moderazione.

 

Anche nella caverna di Ali Babà i più avidi restavano imprigionati.

 

Ho cercato traccia di questa leggenda sicula su internet: ne ho trovate altre che parlano di tesori e di grotte. La truvatura, tesoro nascosto in un nascondiglio, quasi sempre una grotta.

 

Una contrada spaventosa, dove due o tre fratelli o amici bramosi si uccidono tra loro per impadronirsi del tesoro.

 

La grotta di Vitusullano, che si raggiunge percorrendo la Vaneddra degli Incantesimi a Canicattì. Per accedere al tesoro bisogna essere in due, e dello stesso sangue. Il suolo si squarcia appena qualcuno entra nella grotta. A mezzanotte si risvegliano i guardiani del tesoro e bisogna fuggire.

Non si riesce mai a portare fuori i preziosi, o allora solo poche monete d’oro che al ritorno si trasformano in pietre, o in altri oggetti senza valore.

 

L’origine è sempre araba. Vito Soldano era il comandante dei Musulmani invasori; il frutto delle loro razzie fu nascosto in una grotta per un incantesimo del Mago Saraceno, e varie leggende fiorirono attorno al tesoro maledetto.

 

Il castello dei principi di Biscari, nei cui sotterranei invece restano pietrificati, al primo contatto con le monete e con le pietre preziose, tutti coloro che tentano di sottrarre il tesoro.

 

La truvatura di Monte Scuderi, con una serie di prove bizzarre da superare, come farsi leccare il viso da un serpente senza scomporsi, o filare, torcere e biancheggiare un filo di lino con cui bisogna tessere entro l’alba un tovagliolo.

 

La truvatura della sarpa di Acireale, con vari litri di vino da bere e di nuovo il serpente sbavone da sopportare senza batter ciglio.

 

Una che parla di arti amputati. Il bene più prezioso è l’uso del proprio corpo, per chi lo sa apprezzare.

 

Altre che menzionano sacrifici propiziatori. Sacrifici edilizi. Nella contea di Modica, un giovinetto seppellito sul luogo in cui deve sorgere un edificio.

 

Ho pensato anche a reminiscenze di terremoti, in Sicilia terra sismica chi è troppo attaccato ai beni materiali e si attarda sui luoghi del disastro per prelevare oggetti perisce fatalmente con la casa che crolla.

 

In una terra e in un’epoca in cui la vita poteva concludersi tragicamente per un colpo di vento, la rassegnazione religiosa confinava con il misticismo. E’ il contenuto di molti dei santini del diacono Peppino, zio della nonna, animato da fervente fede religiosa, morto di tubercolosi a 37 anni. ”Signore liberaci dalle vanità della terra” ecc.

 

 

Mio padre diceva che la storia era in un vecchio almanacco di quelli che leggeva la nonna. Io conservo solo qualche annata di inizio secolo de La madre cristiana, lettura prediletta della bisnonna Lorenza Montesanto (un bollettino un po’ melenso per pie dame, ma bisognava pure che in qualche modo le donne iniziassero a leggere e a esprimersi pubblicamente), e delle guide del Touring della stessa epoca (appartenute a chi?), da cui ho appreso che nel 1908 in Campania circolavano in tutto 137 automobili, quante ce ne saranno oggi parcheggiate a Napoli in piazza degli Artisti (e in Sardegna ce n’erano 4, e in Basilicata neanche una…). Sarà stato buttato via nel 1972, quando sono morti i nonni? Nel 1987, quando è morta zia Stella? Mi ricordo che salvai i santini del prozio sacerdote don Peppino Montesanto ma gettai il suo messale tutto sbrindellato, che bestie che eravamo allora, a saperlo… Forse invece questi almanacchi ingialliti erano a casa di zia Maria (grande buttatrice delle cose vecchie in gioventù e attenta conservatrice in vecchiaia), o di zio Enrico, e qualche cugino o cugina li custodisce ancora?

 

Dei racconti della nonna mi è rimasto un senso di estraneità e di alienazione nei supermercati e un certo disgusto in estate nelle pasticcerie, un immotivato impulso alla fuga davanti alle vetrine traboccanti di creme multicolori.

 

Cari cugini d’oltreoceano, se anche voi vi sentite strani quando mettete piede in un megacentro commerciale, se avvertite ancora oggi un senso di vertigine, angoscia e vacuità davanti agli scaffali colmi di prodotti superflui, non perdete tempo con la decrescita, i no-global e la coscienza ecologica: tutto deriva in realtà dall’imprinting ancestrale di nonna Margherita.

 

 

 

Gli accessori di zio Peppino Pellegrino

Gli accessori di zio Peppino Pellegrino

Gli accessori di zio Peppino Pellegrino

 

 

Tra le foto familiari che ci sono state tramandate, l’antenato più glamour è senz’altro Guglielmo Mingo figlio di Diomede, giovanotto sorridente con la fossetta al mento, splendido nella divisa da bersagliere con cappello e spadino, ritratto in studio su sfondo di finta natura e colonne doriche.

La vita tempererà duramente il suo entusiasmo giovanile, infliggendogli la prigionia e la perdita del fratello maggiore nella prima guerra mondiale e dure responsabilità nella seconda. Ma nella foto è pimpante e apparentemente felice di lanciarsi nella mischia.

 

Gli altri antenati Mingo sono in genere impettiti e fieri, vestiti dignitosamente ma senza sfoggio di lusso; quando possono mostrano distintivi e medaglie, espressione tangibile del loro engagement ideologico per i nuovi ideali e dei riconoscimenti ottenuti per le loro azioni.

I Montesanto sono decisamente meno patriottici e più rurali, uomini pratici, orgogliosi della loro condizione proprietaria (il trisnonno Salvatore ripreso successivamente con due giacche diverse…), mentre i Pellegrino hanno  nell’abbigliamento un tocco di dandysmo più cittadino: l’orologio nel panciotto, le scarpe fini e lucide…

Il bisnonno Francesco è un giusto compendio tra le due famiglie di origine, si veste con la semplicità agreste dei Montesanto e la distaccata eleganza dei Pellegrino; nella posa del suo autoritratto la messa in scena, se ve n’è una, sembra voler trasmettere un messaggio di riservatezza, serenità, in cui poca importanza è data alla ricerca della gloria o al vano apparire, in un epicureo distacco dalle passioni.

 

 

 

 

L’apparire sembra essere invece quanto più conta per Peppino, suo figlio più giovane e fratello minore della nonna Margherita. Stirato, inamidato, pettinato, si pavoneggia in un tripudio di accessori, che andiamo pazientemente a scovare nelle sue diverse immagini: una fibbia lavorata per chiudere la mantellina, un motivo floreale sulla cravatta, un anello con una pietra all’anulare destro, i calzini a righe… a un certo punto gli ornamenti che si possono indossare non gli bastano più, è un intero aereo che gli è necessario per esaltare il suo narcisismo; realizza forse in quella stessa occasione che il territorio natio è uno scenario troppo angusto per le sue ambizioni, e sceglie di lanciarsi negli spazi transoceanici.

Nella foto in tenuta da pilota ha già non uno ma due anelli alla mano sinistra, che scintillano mentre con presa sicura impugna la cloche di comando: preludio forse ad una condizione di bigamia che lo indurrà a far perdere le sue tracce poco dopo l’arrivo nel Nuovo Mondo…

 

 

 

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Animali familiari

Animali familiari

Animali familiari

 

 

Chiunque sia stato anche solo un giorno a Nicolosi, paese alle pendici del vulcano più importante della Sicilia – definito per questo a giusto titolo “la porta dell’Etna”- si sarà reso conto della abnorme pendenza delle strade e della dotazione fisica necessaria per percorrerle – quadricipiti torniti, polpacci scattanti, fisico resistente e asciutto. Dopo essersi inerpicati su e giù per il paese dei miei antenati, a fine giornata ci si sente molto simili ad una capra.

La sensazione non è nuova, l’ho già provata ad Alicudi, isola di scale di pietra, dalla vegetazione secca e bruciata, a cui le automobili non hanno accesso.

E’ lì che il mio gene-capra ha cominciato ad esprimersi, ad affermare i suoi diritti, a farmi comprendere meglio alcuni episodi dell’infanzia.

Da bambini una o due domeniche al mese mia madre ci faceva lavare i piedi e mettere dei calzini bianchi, il che significava che saremmo andati a pranzo dalla nonna Margherita. A casa dei nonni, oltre ai primi piatti che ho rimosso completamente, c’erano per secondo due menu possibili, che si alternavano: le polpette al sugo preparate da zia Stella, morbide, deliziose, galleggianti in un mare di salsa, e il capretto con le patate, secco, durissimo, tanfoso, per me immangiabile ma che comunque mandavo giù per educazione, perché noi siamo una generazione che ha sofferto molti sensi di colpa per la penuria altrui e per le guerre passate, e poi non si poteva dire ai nonni “non mi piace” – il massimo del sacrificio gastronomico era un appiccicoso parallelepipedo di cotognata che ci offriva il nonno, densissimo, una consistenza simile a pasta salda, che pure veniva deglutita senza far trasparire stati d’animo fino all’ultimo boccone.

Ma per la carne della capra, che già avevo visto viva e prigioniera nello stanzino a casa degli altri nonni in un’epoca di doni rurali dalle campagne, la repulsione aveva motivi più profondi.

Quelle creature timorose dalla voce tremula, l’occhio orizzontale, le zampette sottili eppure capaci di incredibile equilibrio erano mie simili. Osservandole da vicino ho poi subito il fascino del loro karma, annusare le vette e arrampicarsi umilmente nella solitudine. E anche una certa trasversalità mentale, quel balzo funambolico da un contenuto all’altro che prelude alla scrittura.

Per cui la nonna mi ha fatto ingerire il mio animale-totem, una sorta di cannibalismo, ma poi studiando le tradizioni africane ho scoperto che ciò rafforza. Quel capretto con le patate mi ha fornito degli strumenti di sopravvivenza: nei giorni di sciopero o di traffico bloccato nella mia città, anch’essa vulcanica e ugualmente dotata di salite e discese, alcune altrettanto vertiginose, il gene-capra sprigiona tutta la sua potenza e mi dà l’energia per risalire a casa a piedi “da giù Napoli”.

 

A parte questo, per quanto riguarda gli animali domestici che accompagnano più comunemente la vita dell’uomo, l’iconografia zoologica familiare testimonia accanto ai Mingo una presenza costante del gatto; e nella famiglia Mingo anche i gatti si distinguono per acume e bizzarria: Pampirula che usciva di casa lanciandosi dal secondo piano, Mimì che aveva imparato ad aprire le porte con le zampe, saltando sulla maniglia, Ketty che invece era un po’ tonta e davanti a una porta chiusa girava in tondo su se stessa sperando che la situazione cambiasse al giro seguente e che però si distinse per longevità, campando per venticinque anni…

 

Le immagini: le impronte di gatto nel cielo nel quadro con la veduta di San Martino.

Il gatto che gioca con l’uovo – uguale a Natalino. –epoca:già in una foto anni 30?

Natalino ronfante beato con un bicchierino in testa.

La Frufrulla egizia. Ma non vorrei sconfinare.

 

 

 

Ma l’immagine più antica è quella della nonna  e zia stella da bambine con la mamma e lo zio Cristoforo nel cortile di Nicolosi. Un po’ in disparte, il trisnonno tiene un animale sulle ginocchia.

A prima vista sembra un gatto.

Ha il formato e le sembianze di un gatto.

Ma ingrandendo l’immagine e osservandola meglio si vede che invece è un cane.

Un piccolo sgraziato botolo, un miscuglio di razze indecifrabile, dalla testa sproporzionata, le orecchie pendule, il corpo minuscolo, che il trisnonno Salvatore stringe con affetto.

La foto è del 1895.

Il trisnonno aveva 84 anni ed era vedovo da cinque.

Ancora un piccolo dettaglio, una notazione affettiva trasmessa da una foto scattata dal bisnonno Francesco.

 

 

 

 

I dagherrotipi del bisnonno Francesco

 

I dagherrotipi del bisnonno Francesco

 

 

Il bisnonno Francesco Pellegrino era fotografo, “dilettante” precisa sul retro delle sue stampe, il che significa che fotografava per diletto, per puro piacere, e non per necessità economica.

All’epoca l’hobby doveva essere costoso, siamo attorno al 1880 e la tecnica prevede l’utilizzo di gelatina ai sali d’argento per fissare l’immagine sulle lastre di vetro, oltre ovviamente all’attrezzatura fotografica vera e propria; si può presumere che Francesco dovesse ordinare sul continente i materiali per lo sviluppo e la stampa. Sappiamo che la famiglia era benestante, proprietari terrieri, ma per ottenere risultati congrui da questo passatempo all’avanguardia non bastava possedere il denaro. L’attività fotografica richiedeva una maestria tecnica non indifferente, nulla era automatico e tutto andava calcolato con precisione, pena la riuscita imperfetta delle immagini.

Prima che Francesco si dedicasse alla fotografia i suoi familiari si rivolgevano a fotografi professionisti per i loro ritratti. Può sembrare strano, ma la qualità di una foto d’epoca può essere molto variabile. C’è una foto dei suoi genitori appena sposati realizzata a Catania nel 1856, nello studio Real Fotografia dell’artista Antonio Camrinafici, Strada Stesicorea n. 20; l’immagine è nitida, la grana è densa e ingrandendo la foto al computer si apprezzano i dettagli senza perdere in definizione.

 

 

Osservando l’ingrandimento con attenzione si vede che sua madre, la trisnonna Margherita, ha gli occhi chiari, con la stessa espressione ingenua della nonna da bambina; e essendo una Montesanto possiamo presumere che avesse anche i capelli rossi.

In altri casi invece l’imperizia ha effetti disastrosi. Nella foto (anonima) della famiglia Montesanto in occasione dell’ordinazione del figlio Giuseppe, primogenito di Salvatore e Maria Stella Barbagallo e fratello della bisnonna Lorenza, i personaggi sul lato sinistro della foto (il diacono Giuseppe e suo padre Salvatore) sono sfocati; i loro tratti somatici non si distinguono. Le due persone sul lato destro (Lorenza e sua zia Margherita, sorella di Salvatore) sono a fuoco, ma il deterioramento della carta le rende poco visibili; in conclusione, dalla foto si può solo intuire la bellezza giovanile di Lorenza e un vago sorriso di sua zia, mentre il protagonista dell’evento e suo padre sono senza volto.

 

 

Tutto sembra congiurare per far perdere la memoria del diacono Peppino, che morirà giovane, a 37 anni, per una tubercolosi contratta curando gli ammalati: del suo ritratto singolo, realizzato in quello stesso giorno con una messa a fuoco corretta (e di cui non ci è giunta nessuna stampa), la lastra andò perduta.

Francesco all’epoca aveva tredici anni e non possedeva ancora un’attrezzatura fotografica.

 

Dopo la morte di Peppino, l’unica immagine che la famiglia conservava di lui era quella foto senza negativo.

Francesco, che intanto aveva iniziato a fotografare e ad apprendere le tecniche di realizzazione e sviluppo di negativi su lastra ai sali d’argento, riesce a riprodurre su vetro la foto del cugino, appendendo il quadretto ovale a una parete e fotografandolo da una certa distanza con il fuoco fisso.

La dimensione dell’immagine è minuscola, un paio di centimetri su una lastra 10-15.

Aveva già previsto l’evoluzione della tecnica, la digitalizzazione delle immagini, lo scanner?

Puntino quiescente sulla lastra – che nel frattempo si era anche spaccata ma per fortuna in una zona non critica – segno misterioso da interpretare, grazie a lui, a centoventi anni di distanza, l’immagine dello zio Peppino Montesanto è stata recuperata e ingrandita.

 

 

Mostra un giovane dal volto malinconico, puro, serenamente votato al sacrificio, con gli occhi già cerchiati da un alone azzurrino, presagio di una fine prematura.

 

Francesco trasmette a sua figlia Margherita l‘attenzione all’immagine e la necessità, il desiderio, il piacere di fissare il ricordo. Da uomo moderno ha scelto la fotografia, con la sua doppia componente tecnica e artistica.

E’ anche grazie al suo imprinting che la nonna impara poi a dipingere e traspone la realtà nelle sue tele.

 

 

Sono reminiscenze agresti di un passato perduto, soggetti religiosi, nature morte, queste ultime con un uso sorprendentemente realistico della luce e del colore.

Nel corso degli anni i soggetti della nonna sembrano stamparsi in una fissità rassegnata; per i rispettivi matrimoni, regala alle nuore dei quadri che raffigurano un fiasco rotto, un  finocchio spezzato, un limone spremuto… inconscia metafora della vita matrimoniale, con l’uscita dal sogno dell’infanzia e la felicità infranta sugli scogli della vita.

 

 

Mentre la cugina Stella Montesanto, che ha studiato a Bologna all’Accademia di Belle Arti, dipinge soggetti esotici, uomini col caffettano a righe e col turbante e volti di donna espressivi e moderni, la nonna si concentra su soggetti circoscritti e familiari: il gatto che gioca con l’uovo, le arance avvolte da volute concentriche di buccia e il coltello di metallo che è servito a sbucciarle…

 

 

Francesco sceglie la fotografia per fermare la morte, per lasciare una traccia che vada oltre l’oblio.

Della piccola Maddalena, la sua sorellina morta a pochi mesi, non ci sono immagini, fa parte del non rappresentabile, forse anche dell’indicibile; di Giuseppe, suo cugino e cognato, riesce a salvare un negativo, perché la memoria non scompaia.

 

 

Appena sposato ritrae i suoi antenati e suoceri Montesanto, fermando così l’immagine di Maria Stella Barbagallo, che morirà di lì a poco (la foto su ceramica al cimitero di Nicolosi è tratta dallo stesso cliché), e di Salvatore Montesanto, vecchio patriarca che vivrà invece fino a 94 anni.

 

 

Fotografa i suoi figli sul seggiolone, o in posa in abiti particolari, o con costumi tradizionali.

C’è un solo cliché della nonna Margherita neonata, nel 1890, sorridente su un seggiolone a fiori. A quell’epoca in bisnonno lavorava anche in esterno con un professore universitario, probabilmente un geologo o un botanico: in una lettera alla moglie parla di un’escursione di gruppo al castagno di cento cavalli per realizzare un servizio fotografico. Ma di queste foto non c’è traccia.

Riprende a fotografare i figli alla nascita di zia Stella, quando la nonna ha già 4-5 anni.

 

 

 

 

 

E’ di quell’epoca, 1895 circa, la foto con il costume da pastorella da cui anni dopo la nonna trarrà un autoritratto.

Della stessa epoca anche l’unica sua foto in esterno, il cortile di casa Montesanto a Nicolosi con un gruppo familiare. Di questa non ho la lastra ma la stampa, molto deteriorata. Si vedono la nonna Margherita e zia Stella bambine con la madre Lorenza e lo zio Cristoforo, e un po’ in disparte il trisnonno Salvatore con un giovane alto e magro dai capelli neri che potrebbe essere lo zio Domenico Pellegrino.

 

 

Poi c’è un’altra tornata di foto, l’ultima, con Margherita più grande, un po’ imbronciata in un vestito merlettato, e suo fratello Peppino col cappello.

 

 

Davvero le ultime, Peppino è nato nel 1898 e Francesco morirà a 44 anni, nel 1904.

 

Mi chiedo se ci sia qualche altra foto della nonna da bambina, forse i Pellegrino la conservano. E anche qualche foto degli antenati Pellegrino da vecchi: Giuseppe e Margherita, di cui esiste solo una foto dell’epoca del matrimonio, quella fatta a Catania nello studio Camrinafici, e il quadrisavolo Giovanni, morto a Catania nel 1882, che potrebbe essere stato ritratto da Francesco agli inizi della sua attività o da un altro fotografo in qualche occasione familiare…

E’ lui che mi ha fornito la traccia e l’impulso per risalire il corso del mistero genealogico.

 

I dagherrotipi sono stati trasmessi da zia Stella a mio padre, un cimelio di famiglia prezioso per la sua carica di ricordo, ma praticamente inutilizzabile all’epoca, se non per una stampa a contatto.

 

Una ventina d’anni fa con mio marito abbiamo allestito in casa un piccolo laboratorio fotografico artigianale e abbiamo realizzato qualche stampa, ritrovando alcuni dei personaggi ritratti da Francesco.

 

(Nulla a che vedere con la profondità e la definizione attuale di uno scanner – che tra parentesi è oggi l’unico strumento possibile per ricavare un’immagine da questo tipo di negativi, visto che i fotografi professionisti non lavorano più in modo artigianale e che le lastre sono completamente fuori dai formati standard previsti dagli apparecchi – ma almeno qualche volto familiare cominciava  a riemergere)

 

Ma all’epoca dovevo ancora capire molte cose, imparare a vedere.

 

 

Gli antenati più affascinanti e che prendevano più spazio nelle foto erano un imponente normanno dagli occhi cerulei e dai presumibili capelli rossi (ne avrò conferma poi) e un vecchio maestoso pieno di rughe, molto simile a mio padre, ma con gli occhi chiari e i capelli radi.

Mi affezionai subito a quella lignée e pensai che si trattasse dei Pellegrino, convinta che la nonna Margherita avesse preso da loro gli occhi azzurri e i capelli rossi.

Identificai il rosso normanno con Francesco e il vecchio maestoso con Giuseppe Pellegrino, autore delle lettere familiari piene di affetto per mia nonna bambina.

 

 

 

SALVATORE

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Intanto Francesco il fotografo si nascondeva dietro l’obiettivo.

Il rosso normanno dallo sguardo fiammeggiante era in realtà suo cugino e cognato Cristoforo, e l’anziano antenato era suo zio e suocero, Salvatore Montesanto, l’altro bisnonno materno di mio padre.

Mi ero fatta trarre in inganno dall’aspetto fiero ed energico, dagli occhi chiari. Nell’immaginario un antenato solido e strutturato è più rassicurante.

Ma ora che ho ristabilito il legame con il bisnonno Francesco trovo in lui un fascino sottile e malinconico.

Simile un po’ a quello dell’altro cugino, il diacono Peppino morto giovane.

 

In generale tutti i soggetti adulti ritratti da Francesco sembrano istruiti precedentemente alla naturalezza; a differenza delle foto del ramo Mingo, realizzate in studio da fotografi professionisti, che mostrano uomini fieri, ambiziosi e impettiti, dai cliché del bisnonno trapela un intento realistico. L’antenato Salvatore, con il volto rurale cotto dal sole e segnato da rughe profonde, è rappresentato in due scatti successivi due giacche diverse; persino il rude Cristoforo ammorbidisce il labbro nell’immagine catturata dal cugino, che sarà l’unica sua in età giovanile.

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Francesco, dicevamo, si nascondeva dietro l’obiettivo. Purtroppo di lui e di Lorenza non ho lastre ma solo stampe (poche, due ritratti singoli di Francesco e due di Lorenza, e nessuno in cui figurano i due sposi insieme), che hanno subito l’inevitabile ingiuria del tempo.

La più interessante, su un cartoncino che sul retro reca la dicitura “Francesco Pellegrino – Dilettante”, è un autoritratto realizzato presumibilmente verso il 1895.

Sappiamo che a Francesco non interessa che i soggetti appaiano eroici, esemplari e virili, e quindi nessuna retorica; ma rispetto ai ritratti che ha realizzato dei suoi familiari nel suo c’è qualcosa di più, un tocco di artistica malinconia.

Svagato, guarda in lontananza alla sua sinistra reggendo un libro sulla cui copertina ci potrebbero essere un bambino e una bambina.

La mano è rilassata, il braccio poggiato su un cuscino, lo sguardo distaccato.

I baffi morbidi e il cappello rurale contribuiscono a dare un tono meno pretenzioso all’insieme.

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Non so se intendesse lanciare un messaggio, e non riesco a decifrarlo completamente.

Ma sono andata in Sicilia sulle sue tracce nei giorni in cui avrebbe festeggiato il 150° compleanno.

Senza saperlo. Ho preparato il viaggio e sono partita nella settimana dal 19 al 25 luglio 2010.

Al ritorno, ho letto la copia del suo atto di nascita che mi era stata inviata dall’Archivio di Stato di Catania.

Francesco Pellegrino, di Giuseppe Pellegrino e Margherita Montesanto, nato a Nicolosi il 19 luglio 1860, dichiarato al Comune il 22 luglio dello stesso anno.

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Ottavio tentacolare (1838-1929)

Le inchieste 3

Biografie

Ottavio tentacolare (1838-1929)

 

 

Ottavio Mingo, octopus tentacolare, ha otto ranfe che infila dappertutto. Non sappiamo se la scelta di abbracciare la carriera ecclesiastica sia stata per lui spontanea, dettata da vocazione, opportunismo o indotta da pressioni familiari, ma è certo che l’identità di frate domenicano gli sta stretta. Ottavio ama la vita, le ragazze, ma quando ne trova una che gli piace pensa che in fondo non gli va di abbandonare la condizione monacale per diventare un padre di famiglia, così la fa sposare al fratello. Alleva amorevolmente suo figlio-nipote, frutto di quest’unione che oggi sarebbe definita come un caso di pedofilia ecclesiastica, mentre attorno a lui è terra bruciata: il fratello ingannato e ignaro divorzia, la sposina bambina sedotta dal maturo precettore viene ripudiata dalla famiglia, i Mingo di Noto soffrono per il disdoro arrecato all’onore della loro famiglia così rispettabile e riconosciuta nella vita pubblica: Matteo eroico carabiniere, Diomede patriota e agronomo, Teodoro brillante studente del Politecnico e futuro preside del liceo Raeli… 

Alla notizia che il convento dei Domenicani sta per essere trasferito a Siracusa, Ottavio il trasformista, che preferisce sempre allo squallore della città portuale da poco – e definitivamente – ripristinata capoluogo lo splendore e il fasto barocco del suo paese natio (Noto era stata capoluogo per una trentina d’anni, dal 1837 al 1865), escogita immediatamente una scappatoia per restare a Noto. Perfeziona così la sua vocazione e prende i voti come sacerdote. Lunghi anni sereni lo attendono, accudito da una perpetua che ogni tanto partorisce un figlio di N.N. (cari cugini del ramo spurio, se fossimo nobili avreste nel blasone una branca sinistra: vi mando un caro saluto perché avete dei geni Mingo anche voi, seppure sotto un altro cognome che qui per eleganza non riferirò). Prima di morire ha la gioia di cullare un nipotino che suo figlio ha deciso di chiamare Ottavio (perché, per restare in una metafora eucaristica, è sempre meglio dire pane al pane e vino al vino…).

 

Nel cimitero la sua tomba è situata agli antipodi rispetto all’imponente cappella di famiglia edificata dal preside Teodoro.

 

Di tutto il mausoleo la discendenza sicula si è estinta.

 

Gli unici Mingo che esistono oggi a Noto sono nipoti e pronipoti del lungimirante e quanto mai moderno prelato.